Carlo mi dice che è terribilmente stanco. Lo dice prendendo posto a tavola. Il suo posto solito, quello davanti alla tivù. Sono le otto in punto. Solitamente ceniamo a quest’ora, mia madre diceva sempre che le abitudini sono una buona cosa e quando si può bisogna rispettarle. Aiutano a mantenere un certo non so che di senso d’ordine e rigore. Stasera gli ho preparato uno dei suoi piatti preferiti e quando poco fa ha detto quelle parole, sull’essere terribilmente stanco, ho pensato che almeno si sarebbe sollevato nel trovare nel piatto stufato con manzo, piselli e uova.
Ultimamente a Carlo non gli va granché al lavoro. Lui non me ne parla mai, ma certe cose riesco a capirle.
“Oh brava. Lo stufato” dice Carlo con la forchetta in mano “Ci voleva proprio”.
Mi sento contenta per queste parole. Cominciamo a mangiare e alla tivù scorrono i titoli del telegiornale. Arriva la notizia dell’ennesima strage in giro per il mondo. Qualcosa di terribile. Fortuna che qui non accadono incidenti del genere. Vivere qui mi fa sentire tranquilla.
Mando giù il primo boccone di stufato e dico a Carlo “Pensi mai a quei posti?”.
“Quali posti?” ribatte lui.
Faccio cenno col capo rivolto allo schermo.
“Brutta faccenda” risponde mentre con un pezzo di pane raccoglie del sugo dal piatto.
“Io mi sento tranquilla qui. Non so se riuscirei a vivere allo stesso modo in quei luoghi. Ogni giorno succedono cose terribili”.
“Capitano ovunque Angela” dice lui inghiottendo una forchettata di uova e piselli.
“Non so se riuscirei a vivere col pensiero… oggi ci sono… ”.
“Credi che quelle persone pensino a quel modo?” aggiunge Carlo.
“Non so… dovrebbero”.
“Questo stufato ti è proprio riuscito bene” mi dice facendo un gran sorriso.
“Sono contenta ti piaccia. Se vuoi dopo ce n’è dell’altro. Ce n’è quanto ne vuoi “ dico riempiendogli il bicchiere di vino “Pensa che hai quasi rischiato di rimanere senza cena” aggiungo poi gettando un’occhiata fuori dalla finestra.
Carlo alza un momento gli occhi dal piatto “Mi lasciavi senza cena?”.
“Ha rischiato di bruciare”.
“Lo stufato?”.
“Sì, era sul fuoco quando il signor Buzzi ha suonato il campanello” specifico finendo di bere un sorso d’acqua. “Io sono piena, non ne voglio più. Può mangiare tutto quel che rimane” aggiungo.
“Che voleva Buzzi?” mi chiede Carlo.
Afferro il tovagliolo sulla tavola e ne approfitto per pulirmi mani e bocca. Ho sempre la sensazione di avere il sugo agli angoli della bocca. Anche al ristorante mi pulisco in continuazione con i tovaglioli. Quando poi succede agli altri di sporcarsi senza accorgersene io non faccio che fissarli, di continuo.
“Che voleva Buzzi?” torna a domandarmi Carlo finendo il primo piatto di stufato.
“Niente. Una delle solite questioni”.
“Tipo?”.
“Lo sai com’è fatto. Deve sempre dire la sua”.
“E’ per le macerie del vialetto? Gliel’ho detto che appena avremmo finito di sistemare il garage porterò via tutto”.
Il giornalista alla tivù lancia un servizio sul congelamento degli stipendi negli ultimi sette anni. Scorrono immagini di donne al mercato che fanno la spesa alternati a uomini in tuta blu che escono di fabbrica. Guardo meglio per vedere se tra loro c’è Carlo.
“E’ per i ciottoli davanti al Garage?” domanda nuovamente Carlo “Oppure è tornato a rompere perché la domenica mattina falcio il prato?”.
“Il fico” gli rispondo mentre mi alzo e vado al lavello per sciacquare il mio piatto prima di metterlo in lavastoviglie.
“Torna qui Angela” mi sento dire alle mie spalle “non sopporto che quando mangiamo ti alzi in continuazione. Sparecchiamo dopo. Quando abbiamo finito. Ora resta seduta” dice Carlo, poi mi fissa “Ancora la storia del fico?”.
Riprendo il mio posto sulla sedia e mi verso un goccio di vino, bevo e rispondo “Buzzi dice che presto sarà tempi di frutti e che, se non abbiamo intenzione di raccogliere tutti i fichi, poi finisce che si ritroverà come l’anno scorso col prato pieno di frutta marcia”.
“Ma se siamo appena a giugno, i fichi matureranno solamente tra due mesi”.
“Lui dice che se non ci pensiamo ora, poi non lo facciamo più”.
“Se non sono i fichi allora è il vialetto. Se non è il vialetto allora sono i botti di capodanno. Se non sono i botti di capodanno allora è il rumore della moto quando torno a casa la sera in estate”.
Osservo Carlo che s’innervosisce. Ha smesso di mangiare. Nel suo piatto ancora pezzi di manzo e briciole di uovo sparsi nel sugo.
“Lavoro tutto il giorno” continua lui “Lavoro faticosamente tutto il giorno e quando torno a casa c’è quello stronzo che quasi fa bruciare il tuo stufato per venir qui a rompere”.
Dico a Carlo di lasciar perdere. Che non vale la pena di rovinarsi la cena per sciocchezze del genere. Glielo dico mentre alla tivù si vedono Carabinieri che prendono rilevazione sull’ennesimo incidente stradale. Un signore travolto da un autobus.
“Non ho più fame” mi risponde poggiando la forchetta.
“Su mangia ancora” insisto. Ma lui sembra non ascoltare.
Guardiamo insieme la tivù per qualche minuto. Con il tovagliolo mi pulisco gli angoli della bocca. Poi lui mi dice “Dai sparecchiamo. Lo stufato avanzato me lo porto dietro domani al lavoro. Lo mangerò in mensa”.
Cominciamo a ripulire la tavola e io riempio un contenitore con manzo, piselli e ripongo tutto nel frigorifero. Vorrei sentirmi dire da Carlo cos’è successo al lavoro e il perché al mattino si alza sempre sbuffando. Ma non me la sento. Quando vorrà me ne parlerà lui. Quando si sentirà pronto mi dirà tutto. Forse dovrebbe licenziarsi a cambiare lavoro. Ma questo non posso dirglielo, so quanto è difficile per un uomo di quarantadue anni trovare un nuovo posto fisso. Non può permettersi certi lussi. Non possiamo. La casa non è ancora stata pagata del tutto. Le bollette che arrivano ad ogni mese. Il mangiare. La benzina. Certi lussi proprio non possiamo permetterceli.
Con l’orecchio ascolto in sottofondo la voce del giornalista alla tivù parlare del picco di caldo di questi giorni. Termometri impazziti e afa soffocante sono le parole che ricorrono più spesso nel servizio. Consigli pratici per difendersi nelle ore di punta e cosa sarebbe meglio mangiare con trentasette gradi sono gli argomenti cardine. Le riprese che scorrono nel video sono le stesse già proposte nel telegiornale del pomeriggio. Il giornalista come ogni sera cerca di mantenere lo stesso tono di voce per ogni servizio. Inflazione. Cronaca nera. Finanza. Non c’è differenza. Non deve esserci. Meno inflessioni possibili. Meno modulazione. Meno emozione.
Quando finisco di riporre le cose da lavare nella lavastoviglie mi accorgo che Carlo non è più in cucina. Sento due botte sorde provenire dal garage e sento Carlo imprecare a voce alta.
La lavastoviglie è quasi piena e domani sicuramente dovrò fare un lavaggio. Forse stanotte stessa. Controllo nel lavello se c’è altro da pulire. Prendo una spugna e comincio a passarla sulla superficie in acciaio del secchiaio. Abbasso il volume della tivù pensando ai prossimi minuti quando ce ne staremo di là sul divano. Forse dovrei cominciare un libro.
Un altro tonfo goffo proviene dal garage.
Squilla il telefono. A quest’ora non può essere che mia madre. Chiama sempre la sera a quest’ora. Le buone abitudini vanno preservate quando possibile. Lei lo sa bene.
Prendo il cordless e pigio il tasto verde quando fuori sento un rumore scoppiettante come di motore che si accende. Mia madre dice “Pronto Angela?” al telefono ed io prima di rispondere mi avvicino alla finestra. Vicino alla recinzione che ci divide dal prato di Buzzi vedo Carlo armeggiare con la motosega.
“Pronto Angela?” ripete mia madre al ricevitore del telefono.
Apro la finestra e guardo che combina Carlo.
Lo sento urlare “Pezzo di merda! Rottinculo! Vicino di merda! Ecco vedi? Taglio i rami che ti sporcano il prato!”.
Carlo affonda colpi di motosega sul nostro albero e taglia via i rami più bassi che oltrepassano il confine del giardino.
“Figlio di una troia! Lo vedi che sto facendo? Ti accontento stronzo pezzo di merda! Ti accontento e adesso vediamo se la smetti di rompere!” urla Carlo sovrastando il rumore della motosega.
Si accende la luce d’ingresso della casa di Buzzi e un attimo dopo si apre la porta. Buzzi indossa una maglietta bianca e sembra in ciabatte. Leggermente illuminato dalla luce del portico lo vedo guardare fisso Carlo.
Carlo continua ad urlare e tagliare fin dove può arrivare senza scala.
La voce di mia madre continua a chiamarmi ma io riattacco. No, non voglio parlare ora.
Dalla finestra sento Buzzi gridare qualcosa a Carlo ma non capisco le sue parole. Lo sento gridare ancora, poi lo vedo incamminarsi in direzione della recinzione. In direzione dell’albero. Sotto la luce del portico vedo che in mano stringe qualcosa di piccolo. Stringe qualcosa e gli va incontro.
mercoledì 24 giugno 2009
Confine d'estate
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