Camminare con in tasca tre biglietti per il concerto dei Radiohead. Dirigersi verso la propria auto parcheggiata da troppo tempo al sole e incontrare un porticato, una piazza, un palco fatto di tubi d’acciaio, assi di legno e sopra esso un tale che suona qualcosa. Non è un pezzo dei Radiohead e questa non è piazza Castello. Rallentare i passi sino a fermarli, dimenticare l’auto e osservare quel tizio seduto dietro una tastiera fare la propria musica. Un semplice tecnico del suono che prova l’impianto, ottimizza il sonoro in uscita dalle casse spia. Regola il mixer.
Questa sera qui ci sarà un piccolo concerto, roba di poco conto, festa di paese con gente seduta ad ascoltare banale piano bar. Ma ora lassù accade qualcosa di diverso. Quell’uomo fa il suo lavoro e lo realizza in un modo tutto suo, eseguendo una canzone che non conosco, di certo scritta da lui. Non uno stralcio, il ritornello. Non poche note, ma tutto il pezzo. Accompagna alla musica la propria voce in quella melodia che forse non ha neppure un titolo. Intorno non si vede nessuno. Io e lui e un’intera piazza deserta a fargli da cassa acustica mentre gli autolavaggi in periferia, sotto una luce carica di arancio, insaponano le ultime auto prima di chiudere. Prima di far scendere la sera. Quando la pelle di daino sintetica asciuga le ultime gocce sulla carrozzeria.
L’orologio segna le otto e quaranta, troppo presto per questa musica, troppo tardi per la cena. Dovrei sbrigarmi ma invece rimango e quasi mi spiace di essere il solo a godermi questo pezzo. Forse nelle finestre delle case qui intorno alcune note riescono ad entrare, famiglie a tavola probabile che odano il tecnico del suono darci dentro, ma sono certo non si tratti della stessa cosa. Non come essere qui adesso. Camminare con in tasca tre biglietti per il concerto dei Radiohead e scoprirne uno improvvisato sul momento. Incontrare un porticato, una piazza, un palco, un uomo, una tastiera e quella melodia mai sentita prima. Pezzo mai inciso, mai trasmesso, mai eseguito in pubblico. Spettatore fortunato quanto occasionale dell’intimità di quel tizio che ora si gusta il momento tanto atteso di suonare la sua canzone all’aria aperta. Per tutti. Anche se tutti non lo stanno a sentire.
venerdì 24 aprile 2009
Quando gli autolavaggi chiudono
martedì 21 aprile 2009
Never Alone - Sacha Naspini
Tre settimane fa ho incontrato Sacha Naspini alla presentazione del suo ultimo romanzo “Never Alone”, edito per la Voras Edizioni. Giubbotto di pelle nera, tranquillità espressiva, parlata da toscanaccio. Ho ascoltato l’intervista, le sue risposte e gli elogi che gli altri scrittori presenti in sala hanno fatto su questo suo ultimo lavoro. La curiosità cresceva in me. Volevo leggerlo. Mi sono alzato e diretto al banco dove vendevano le copie del romanzo per comprarne una. Me la sono messa sottobraccio e sono andato al bar a bermi due americani.
Ieri sera ho terminato di leggere quel libro che se n’era stato buono sottobraccio mentre mi sbronzavo di bitter Campari, Vermouth rosso e selz, mescolati in parti uguali e ora non posso far altro che unirmi al coro unanime di commenti positivi che accompagnano quest’opera.
Never Alone lo si legge tutto d’un fiato, pagina dopo pagina lo si scopre in tutta la sua potenza narrativa e fragilità dei personaggi. Due ragazzi, Art e Ruben, che vivono in chiave differente l’amicizia, tuttavia avvertendola come una presenza viscerale della loro vita. L’uno e l’altro si completano. Un affetto combattuto cui non possono fare a meno. Come non possono più fare a meno della pistola che diventa loro compagna sin dall’inizio del libro. Presenza ingombrante che muta il loro interagire col mondo e di conseguenza anche il loro rapporto. Incalzante e veloce Never Alone ci porta dritto dentro l’anima dei suoi protagonisti, nel mondo duro degli adolescenti. Scritto sviluppando entrambi i punti di vista dei personaggi, il libro mostra i pensieri dell’uno e dell’altro ragazzo, presentando così un quadro completo dell’insieme. Rivelando come il mondo possa apparire differente sulla base di chi lo osserva, come a volte le nostre azioni siano interpretate diversamente da chi ci sta accanto. Sottolineando inoltre come ci si possa sentire protetti con un amico vicino su cui contare, oppure potenti con una pistola-compagna nascosta sotto la giacca, in ogni caso disorientati e impreparati per quel che potrebbe succedere all’improvviso, come perdere il controllo della situazione e ritrovarsi davanti ad eventi imprevisti, non calcolati e sorprendersi impauriti, incoscienti e coraggiosi al tempo stesso.
domenica 12 aprile 2009
Fiction
Me ne sto seduto appena fuori dal locale, davanti a me un tavolinetto rotondo talmente piccolo che potresti riempirlo posandoci sopra due sandwich. E’ una discreta giornata di sole, qualche nuvola, ma fondamentalmente sole. Paulie , anche lui sbracato accanto a me su di una sedia pieghevole, cerca di abbronzarsi un po’ posandosi sotto il mento quegli affari di carta luccicante che credevo avessero ritirato dal commercio. Tony poco più in là chiacchiera con l’agente Harris del campionato dei Mets, un certo Williams pare sia un vero fenomeno. Chris e Hesh se ne stanno ad un altro tavolinetto, prima giocavano a carte, ora hanno posato il mazzo. Chris cammina ancora con il busto tutto rigido, non riesce quasi a piegarlo. Gli fanno male le ferite dei proiettili che si è beccato nella sparatoria di due settimane fa. Ci vorrà un po’ per rivederlo in forma. Silvio e Furio sono andati giù all’incrocio dove, alcuni minuti fa, due auto si sono scontrate. Sono andati a controllare la situazione, supervisionare, e a dire al tipo che guidava l’auto sportiva che nella nostra zona non si corre, queste sono le regole. Non vogliamo casini di alcun tipo intorno al nostro locale, il Satriale’s. Quando Pussy abbandona la soglia della porta per tornare all’interno, è allora che sento quella canzone. Probabile che venga dallo stereo all’interno ma pare quasi una colonna sonora. Qualcosa che aleggia intorno e copre le nostre parole. Mi accorgo di conoscere quel pezzo e non capisco dove l’abbia sentito prima. Riconosco la voce di Johnny Thunders arrivare direttamente dal passato. “You can’t put your arms around a memory” mi giunge alle orecchie con un balzo dal 1984 ad oggi. Continuo a chiedermi come faccia a ricordarmi queste cose tuttavia non riuscire ad inquadrare appieno la canzone. Un particolare non mi torna e mi ci arrovello su. Silvio e Furio tornano dopo aver strigliato il tizio con l’auto sportiva e raccontano la dinamica dell’incidente a Chris e Hesh. Poi tutti e quattro rientrano nel locale lasciando me e Paulie seduti qui fuori. Tony e l’agente Harris parlano ancora dei Mets. E in quell’istante ricordo dove avevo già sentito la canzone. Tutto chiaro. Una sera guardavo la tivù e, sulle ultime battute di un telefilm, ricordo di aver visto un tizio che se ne stava seduto appena fuori da un locale, davanti a lui un tavolinetto rotondo talmente piccolo che potresti riempirlo posandoci sopra due sandwich. Accanto al tizio ce n’era un altro chiamato Paulie che cercava di abbronzarsi un po’ posandosi sotto il mento quegli affari di carta luccicante che si credeva avessero ritirato dal commercio. Tony poco più in là chiacchierava con l’agente Harris del campionato dei Mets. Chris e Hesh se ne stavano seduti ad un altro tavolinetto. Silvio e Furio erano scesi giù all’incrocio dove poco prima due auto si erano scontrate. Poi c’era Pussy, mole enorme, poggiato allo stipite della porta d’ingresso del locale e poco oltre, all’interno, si sentiva quella canzone. Probabile venisse dallo stereo ma pareva quasi una colonna sonora. Quel tizio seduto fuori accanto al tavolinetto nell’udire le prime note si girava di scatto, come colpito dalla musica che si propagava intorno. Faceva una faccia come a chiedersi il titolo di quel pezzo e chi lo cantasse. Non diceva nulla ma si vedeva che stava scavando nella memoria. Poi Silvio e Furio, di ritorno dall’incrocio, entravano nel locale insieme a Chris e Hesh. E solo allora al tizio seduto fuori scappava un sorriso. Come si fosse ricordato quando e dove aveva sentito quella canzone. Ora teneva un viso rilassato. Aveva capito. Ripensava a giorni indietro quando una sera a casa sua, mentre guardava la tivù, sulle ultime battute di un telefilm aveva visto questo tizio che …
lunedì 6 aprile 2009
Profondità di campo
La nebbia e il sole a volte coesistono. Nebbia e sole a volte coabitano a pochi metri di distanza ed il bello è proprio ritrovarcisi nel mezzo, senza niente da fare se non godersi la linea di demarcazione che separa il conosciuto dal celato. Una linea mai stabile, mai netta, ma scandita da un ritmo ondulatorio sul quale gli elementi giocano a rubarsi metri di terreno. Confine sottile dove persone, oggetti, cani e gabbiani passano al di qua e al di là del mondo visibile. Un mondo ora davanti ai tuoi occhi, ora velato dietro un muro vaporoso.
Seduto su di una sdraio di tela bianca, nel portico di un capanno con la rete da pesca calata in acqua mi diverto nel seguire coloro che oltrepassano quel confine. Persone a passeggio sulla spiaggia che spariscono, in pochi istanti, avvolti da una nebbia a stretto contatto con i raggi del sole. Bevo un sorso di bianco frizzante, prendo la macchina fotografica e cerco di cogliere quell’attimo. Cosciente che tale spettacolo non può essere reso al meglio in uno scatto. Tuttavia deciso nel far partire l’otturatore e sperare che il diaframma regali abbastanza senso di profondità all’immagine. Questo è risultato. Una ragazza raccoglie conchiglie. Una coppia, troppo ben vestita, indecisa se scendere dalla palizzata per proseguire a piedi tra la sabbia.
Pescatori al rientro dal largo. Il faro e la sua sirena da nebbia. Gli scogli. Cani lasciati liberi. Bambini nei passeggini. Particolari istanti di una domenica abbandonata su quella sdraio, col bianchetto frizzante che scorre in gola, a cavallo di un gioco tra nebbia e sole … metri conquistati … metri perduti, dipende per chi si tifa. Guardando sparire e ricomparire figure di persone lontane, contorni di oggetti, la scia della corrente. Sapendo che anch’io agli occhi del mondo me ne vado e ritorno sulla linea mutevole dell’orizzonte.

mercoledì 1 aprile 2009
Non possono fare altrimenti - Parte 4 e ultima - (racconto a episodi)
26 Aprile 1989
Le luci erano intense, Ottavio non era abituato a sedere davanti a centinaia di persone. Cercava di apparire composto ma non troppo. Odiava essere giudicato come un secchione. I secchioni siedono sempre composti e impeccabili in prima fila. Lui li odiava profondamente. Li detestava. Ottavio non era come loro. Il semplice fatto che a scuola avesse bei voti non significava niente. I secchioni sono servili, non litigano con i professori, non protestano. Dicono sempre sì, rimanendo vigili sull’attenti. Ottavio non si sentiva come loro. Per nulla. Ma forse nessun secchione si sente secchione dentro sé. Tuttavia di certo i secchioni non si guadagnavano nell’ultimo quadrimestre la fila di note sul registro di classe che aveva conquistato lui. Quasi fossero trofei. Discussioni avute con gli insegnanti. Discussioni spesso sfociate in veri dibattiti ad alta voce. Divergenze di vedute in cui immancabilmente veniva ammutolito dalla nota sul registro. Non era mai stato capito. Il suo agire non era stato capito. Faticavano a comprenderlo. Per questo motivo aveva scritto un libro. Il tizio comico, quel Necchi, sedeva in fondo alla fila sulla destra. All’ultimo posto. Ancora non gli era stata rivolta parola. Ottavio pensava dovesse fare un numero di cabaret alla fine della puntata. Per il momento se ne stava buono in silenzio ascoltando discussioni altrui.
“E’ davvero una gran chance per te andare al Eggià Venerdì” gli aveva detto suo padre subito dopo la telefonata dalla redazione di Canale 5. Stavano entrambi sul balcone della cucina. Avevano appena cenato ed il cielo diventava sera. Un pipistrello volava già nell’aria a qualche metro dalle loro teste. “Potrai fare pubblicità al tuo libro” riprese a parlare suo padre “te la senti? Non so come funzionano queste cose, ma vedrai che non dev'essere complicato”.
La tematica della serata era Manie e fissazioni degli ultimi anni. A Ottavio gli era stato riferito di non parlare, non doveva intervenire sull’argomento della serata tranne se non fosse stato interpellato direttamente dal presentatore. Per il momento si limitava ad ascoltare. Secondo la scaletta tra non più di venti minuti sarebbe giunto il momento dell’intervista.
“Una cosa breve” l’aveva rassicurato Loredana “come una spot televisivo. Ti piacciono gli spot in tivù?" gli aveva chiesto poco prima in quel camerino stringendo in mano qualche foglio di appunti "Io li adoro, per me sono piccole opere d’arte confezionate con gran cura. Ovvio non tutte, ma alcune le trovo praticamente deliziose”.
Mio padre m’insegnò a giocare a Dama. Accadde due anni fa, per le festività natalizie, mentre ero malato. Non sapevo che fare e allora per non farmi annoiare m’insegnò il gioco della Dama. La sera dopo cena facevamo sempre una partita. Mi ricordo che fuori era molto freddo ed anche in casa indossavamo maglioni pesanti. Per tutte le feste non facemmo che partite una dopo l’altra. Ovviamente perdevo, mio padre era bravissimo, ma io imparavo subito. Ho tentato pure d’insegnarlo a mio fratello ma non m’è riuscito. Non mi ascoltava, si stufava subito e se ne andava, oppure usava i pezzi per inventarsi chissà quale gioco suo personale. La mamma non ne ha neppure voluto saperne d’imparare. Le regole erano semplicissime ma lei pareva avere un blocco. Così non ho avuto più nessuno con cui confrontarmi e senza avversari, la Dama, non è divertente. Ora i pezzi sono finiti chiusi in una scatola da scarpe dentro l’armadio.
26 Aprile 1989
“Dunque lei crede che le manie possano essere curate così come si cura un raffreddore”.
“Beh, non proprio in quel modo, diciamo che si può curare come si curerebbe l’insonnia” rispose il medico rivolto in direzione della telecamera.
“Lei soffre d’insonnia?” domandò il presentatore rivolgendosi ad un uomo piccoletto tutt’ossa che sedeva accanto a Ottavio.
“No. Niente insonnia”.
“Però ha delle fisse, delle manie” ribatté Ribisi buttando un’occhiata all’orologio che indicava il prossimo passaggio di pubblicità.
“Certo”.
“Bene, dovete sapere che quest’uomo ha una vera e propria collezione di manie. Giusto?”.
“Non una collezione. Una smania esagerata per quanto riguarda i grandi magazzini”.
“Ma nei magazzini si può trovare un sacco di merce. Quindi le sue manie sono molteplici. Quali sono gli oggetti su cui si accanisce maggiormente?” proseguì l'intervistatore cogliendo segni di Cascella dietro le quinte. Era in anticipo sulla scaletta, doveva prendere tempo. Far parlare molto il caso umano.
“In questo periodo le saponette”.
“Le saponette?” chiese conferma regalando al pubblico uno sguardo accigliato che dava il via a sghignazzi e risate.
“Le saponette. Come no. Volete che vi racconto?”.
“Vada avanti”.
“Dunque, si tratta di una decisione che ho preso una settimana fa. Mi trovavo al centro commerciale, come mio solito. Ci vado quasi tutti i giorni. Ero nel reparto igiene intima, davanti una montagna di saponette ordinate sugli scaffali, ed esattamente il quell’istante ho deciso di non acquistare mai più saponette”.
“Lei non compra più saponette? E come si lava?”.
“Con altri prodotti. Ribisi, ci sono un’infinità di prodotti che posso sostituire le saponette, senza per questo essere spregevoli come loro”.
“Come loro? Intende le saponette? Perché spregevoli? Per favore si spieghi meglio".
“Le odio. Tutto qui. Semplicemente le detesto. Idratanti, anallergiche, profumate, delicate. Tutte le odio” dal pubblico giunsero vere e proprie risate. "Mi piacerebbe radere a suolo tutti gli scaffali di saponette. E' un istinto fortissimo, mi creda".
"Ma non l'ha ma fatto mi auguro" disse sornione il presentatore forte dell'appoggio del pubblico.
"No. No. Non l'ho mai fatto".
Ottavio avrebbe desiderato annotarsi quelle frasi sul taccuino ma l’aveva lasciato in camerino. Era severamente proibito assentarsi per andare in camerino. Cascella dietro il sipario avvertì dei cinque secondi prima della pubblicità.
Al mattino, io e mio fratello, sei giorni su sette siamo a scuola. Non è che ne andiamo entrambi pazzi, ma qualcosa bisogna pur fare. Studiare non ne abbiamo molta voglia ma per il momento procediamo senza intoppi. Al pomeriggio, invece, tre giorni la settimana, rimango solo in casa. Mio fratello va dal logopedista. Dicono che si esprime male. Io lo capisco benissimo ma la maggior parte delle persone fatica a comprendere sino in fondo ciò che dice. Secondo me non è che pronuncia male le parole, dipende dal fatto che tende a perdere il filo del discorso, si guarda in giro e comincia a fare qualcos'altro, bisogna essere allentati per sapere ciò che pensa. In quei pomeriggi, tuttavia, non mi capita di soffrire di solitudine. Non è mai stato un problema per me stare da solo. Per lo più sto in camera nostra. Certe volte guardo la tivù, metto su un film e mi bevo una coca. Altre cerco di studiare un po’, anche se la cosa mi annoia subito. Altre ancora ascolto i messaggi nella segreteria telefonica. Mio fratello va pazzo per la segreteria. Gli piacciono le voci delle persone che ci trova alla sera registrate.
15 Giugno 1988
Quell'anno, in quel primo pomeriggio di vacanze che partì al suono inconfondibile della campanella, tutti i ragazzi avevano organizzato una festa a casa di Giustini. La festa d’inizio estate. C’era andata tutta la classe. Anche Mellini, che non aveva mai parlato con nessuno durante l’anno scolastico e gli occorreva l’insegnante di sostegno per seguire le lezioni. Anche lui quel pomeriggio si trovava nel giardino di Giustini sotto gli alberi, a fissare una cicala. Ottavio arrivò in ritardo, puzzava ancora di sigaretta come d’altronde Perrotti. Rosalba stava bevendo da un bicchiere di carta bianco accanto il tavolo del rinfresco. Lo stereo, portato sul prato tramite prolunga, suonava Spandau Ballet. Ottavio dietro gli occhiali da sole di sentiva strano. Perrotti aveva negato in modo più assoluto la sua partecipazione alla festa. Rimase immobile sulla bici accanto al cancello d’ingresso. C’era una libertà soppressa in quei due arrivati da pochi minuti. Un’aria da vacanza che suonava male come i pezzi dei Pet shop boys. Ottavio era stato incaricato dall’amico di chiamare Rosalba. Doveva parlargli. “Che fa? Non viene qui?” disse Rosalba poggiando sul tavolo il bicchiere e fissando Perrotti in sella alla bici accanto al cancello. Dalle amiche partirono risate e commenti all’orecchio. Stavano tutte stravaccate sulle sdraio.
“Ha detto che deve parlarti”.
“Allora che venga qui”.
“Non entra. Vai là tu”.
“Adesso non ne ho voglia” disse rovesciando altra coca nel bicchiere di carta.
Ottavio si girò in direzione dell’amico poggiato al cancello. Perrotti fece cenno con la testa che non si sarebbe mosso, allora disse “Se non vuoi parlargli qui alla festa, ha detto che ti aspetta dentro il letto del fiume in secca”.
“Che aspetti quanto vuole, quello stronzo, io non ci vado” fu la risposta mentre da lontano non smisero mai di fissarsi. Rosalba era una ragazza forte, con il difetto della testardaggine. Avevano litigato quella mattina stessa all’ingresso della scuola. Ottavio era arrivato in ritardo e non aveva seguito il litigio e neppure sapeva la motivazione. Le ragazze sullo sdraio invece parevano conoscere ogni dettaglio e seguivano con lo sguardo bevendo di tanto in tanto Sprite.
“Ok. Come vuoi” furono le parole di Ottavio prima di avviarsi in direzione delle patatine.
“Tu che fai ti fermi qui?”.
“Pensavo di sì. Cos’è questo? Sembra buono”.
“Crostini con le acciughe”.
“Odio le acciughe” disse riponendo il crostino tra gli altri nel vassoio “andiamo a vedere quali cassette si possono mettere su?”.
“Che fa adesso? Va via?”.
“Te l’ho detto. Va al fiume” rispose dando le spalle all’amica. Si sentiva meglio, Perrotti quel giorno era stato insopportabile. Uno scassa palle senza ragione d’esserlo.
“Io vado a vedere se hanno le Bangles” disse Ottavio posando lo zaino a terra sicuro di non schiacciare le sigarette nella taschino anteriore. Rosalba si stava allontanando dal giardino. Andava in direzione delle bici poggiate al muro di cinta. Rosalba stava lasciando la festa. Ottavio la guardò dal tavolo delle bibite. Avrebbe voluto chiederle qualcosa. Una qualsiasi cosa che potesse suonare come spiegazione al suo agire. Perché ubbidiva a Perrotti? Le Bangles non erano nella pila di cassette a fianco dello stereo. Neppure i Duran. Cazzo. Rosalba pedalò lasciando la festa ai suo compagni. Lasciandosi dietro Ottavio.
“Non ho potuto fare altrimenti” gli avrebbe detto al rientro a scuola tre mesi dopo. Ma quella frase non significò mai nulla per lui. Come non significò nulla il resto di quel pomeriggio, il resto di quella festa. Ottavio sedeva su una sdraio. Le ragazze ballavano tra loro. Stranamente terminò prima la Fanta della Coca. Il gioco della bottiglia fu bocciato a pieni voti. Mellini fu riaccompagnato a casa dalla madre, non salutò nessuno. Gli Spandau non smisero mai di girare sul mangianastri. Rosalba e Perrotti non si videro in circolazione neppure il giorno seguente.
26 Aprile 1989
"Le è mai capitato di terminare tutti i soldi con cui era uscito per fare spesa?".
"Più di una volta, certo, mi faccio prendere dalle cose. E' più forte di me, ad esempio un giorno ho comprato ventisette tipologie diverse di formaggi. Ero caduto in una specie di adorazione del latticino".
"Adorazione?".
"Sicuro, stavo davanti al bancone formaggi del Mega Planet…".
"Ah, non faccia pubblicità".
"Oh scusi, in ogni modo stavo in questo supermercato e senza comprendere appieno il mio agire comprai formaggi uno dietro l'altro. Ricordo che la commessa diceva - altro? - e io acquistavo del pecorino. Poi ripeteva - altro? - allora io proseguivo con i formaggi svizzeri. E così via sino a collezionarne ventisette".
"Posso chiederle il perché. A noi riesce difficile capirla".
"Per l’odore. Quell'odore così aromatico, unico. E quella grazia che solamente i formaggi possiedono, devono essere state queste le motivazione della mia adorazione. Tornato a casa li avevo riposti tutti nel frigorifero. Tutti impacchettati. Non volevo aprirli. A dire il vero non ricordo neppure se li ho mangiati. Per via della forma, capisce? Mi piaceva guardarli. I formaggi possiedono una eleganza così ben distribuita su tutta la loro superficie, avevo acquistato solamente spicchi, ma tuttavia anche gli spicchi conservavano quella grazia delle forme intere. Sarò stato davanti al frigorifero parecchio tempo. Con lo sportello aperto. Ah che spettacolo mi son goduto…che pace".
Il pubblico si stava divertendo. Si stava contorcendo dalle risate e questo era lo scopo principale dei casi umani. Divertire o commuovere. Ridere o piangere. Altrimenti potevano tornarsene da dove erano venuti. Di casi umani noiosi quel presentatore ne aveva incontrati parecchi. Fortunatamente oramai li sapeva riconoscere a fiuto e raramente ne erano capitati in trasmissione. Erano selezionati con cura, doveva essere adatti al grande pubblico. In fondo questa era la televisione. O si seguono le regole o si affonda senza salvagente.
Mio fratello ogni mercoledì sera segue lo sceneggiato in televisione. Lui e la mamma si piazzano in salotto e non si muovono sino a puntata conclusa. Io ne approfitto per starmene un po’ da solo in camera e ascoltare qualche disco. La sera del 9 dicembre, lo sceneggiato non andò in onda. Mio fratello non ci fu modo di smuoverlo. S’era avvinghiato al divano e la mamma non riuscì a rimuoverlo sino alle undici di sera, quando finalmente capì che ormai erano perse ogni speranze. Quella notte a letto non dormì per la rabbia. Lo sceneggiato non andò in onda per via del notiziario in edizione speciale. Quella sera ci fu una rivolta a Gaza, in Israele, era nata l'Intifada.
26 Aprile 1989
C’era un libricino stretto tra le mani del presentatore. Il libro era ora inquadrato della telecamera. Ottavio sentiva i palmi delle mani sudati. Cominciarono a parlare di lui. Ottavio avvertì come un senso di agitazione alle gambe. Pensò di alzarsi ed andare via. Rimase immobile in ogni muscolo.
“Sono rimasto molto colpito da questo libro” disse Ribisi rivolto al pubblico “e mi sento di consigliarvelo. Soprattutto se si pensa che l’autore ha solamente dodici anni” e arcuò le sopracciglia in direzione della prima fila e poi rivolto al ragazzo “posso anticipare qualcosa?” domandò poi guardandolo dritto negli occhi, con quegli occhiali sulla punta del naso.
Ottavio fece segno di sì con la testa, come d’accordo con Loredana.
“Presenta la vita” riprese a parlare il presentatore “di un ragazzo paralizzato su sedia a rotelle, di suo fratello affetto dalla sindrome di Down e della madre che li accudisce. E’ una storia molto bella a mio avviso. E c’è una cosa che mi ha colpito maggiormente" continuò a fissarlo "come mai, trattando di personaggi così, diciamo, sfortunati nella vita, nel tuo libro è possibile respirare tanta positività?”.
Ottavio fissò una signora in prima fila, una vecchia raggrinzita, aveva occhiali spessissimi con la catenella che finiva dietro il collo. Sembrava non capire una parola di quel che accadeva sul palco. Calzava scarpe con tacchi a spillo e aveva gambe secche secche. “Non possono fare altrimenti” rispose Ottavio alla domanda "come comprare un tubetto di dentifricio, non puoi farne altrimenti". D’improvviso alla donna le cadde la borsetta per terra e con molta difficoltà si chinò per raccoglierla. Teneva sempre la mandibola semiaperta. Sembrava una mummia.
“Ma l’idea di raccontare storie di personaggi disabili da dove ti è nata?”.
Una ragazza, tre seggiole più a sinistra della mummia, aveva due tette incredibili. Sembrava volessero uscirle dalla scollatura. Mamma che tette. Rosalba se le sognava due tette così, non le aveva e mai le avrebbe avute. Rosalba era stata la solita stronza di sempre. Come era potuto accadere che lui potesse prendersi una cotta per lei? “Anch’io sono un disabile" disse fissando la ragazza in prima fila, il pubblico bisbigliò e Ottavio riprese "cioè, anch’io a volte sono guardato come la gente guarda loro. Gli stessi occhi che gli sono buttati addosso ogni volta che salgono sul treno o in autobus. A me capita a scuola. E’ stato facile identificarsi”. Una come Rosalba, come aveva fatto? Una che fila con quel ritardato di Perrotti, il re degli autoscontri, che viaggia sempre seduto sul bordo della vettura con una mano sul volante e l’altro braccio aggrappato all’asta dietro. Che idiota. Ottavio era felice che l’avessero bocciato alla fine della prima media. Primo anno di scuola e subito bocciato. Quest'anno era già una classe indietro. Che ridere.
“Ma, se non sbaglio, il tuo protagonista non ha un padre, giusto? In questo non hai potuto identificarti. C’è il padre di questo ragazzo tra il pubblico?” chiese Ribisi guardando gli spettatori "Per cortesia può alzarsi?".
Cazzo che voglia aveva di una sigaretta. E pensare che molto probabilmente quella mummia rinsecchita teneva delle Pall Mall nascoste nella borsetta. Suo padre di era alzato dal posto. Perché? Stava ritto e sorridente. Perché? Rispondeva alle domande del presentatore. Suo padre parlava con Ribisi. Ottavio non sentiva più le voci di nessuno. Ecco perché non capiva quel che succedeva. Aveva scordato le risposte accordate in camerino con Loredana. Aveva parlato senza pensare alla scaletta, aveva dato risposte sue, personali. Cascella dietro le quinte si sbracciava cercando di attirare la sua attenzione. Ottavio guardò Necchi il comico seduto in fondo e gli sorrise.
La segreteria è sempre in funzione. Qualsiasi persona, se trova il numero su qualche giornale, può chiamare quando vuole, anche di notte, tanto teniamo il volume a zero. E’ pressappoco una scatola nera di plastica e si trova proprio fra i nostri due letti sempre con la lucina verde accesa. E’ stata la solita idea strampalata di nostro padre quella di regalarci una segreteria telefonica collegata ad un numero tutto nostro. Nessuno a mai capito dove volesse arrivare facendoci quel regalo. Il suo ultimo regalo, prima di andarsene. Forse credeva che ci avrebbe aiutato a tenere i contatti con i nostri amici, senza pensare che non sono poi così molti gli amici che chiamano a casa d’un ragazzo paralizzato e suo fratello ritardato. E allora sono intervenuto io, qualche tempo fa mi è capitato di usare la testa. Ho messo l'avviso in giro. Per lo più su giornali di annunci economici, dove l'inserzione è gratis. Beh, da allora è una gran divertimento ascoltare i nostri amici che ci chiamano.
26 Aprile 1989
La regia cercò Cascella tramite le cuffie per capire cosa stesse succedendo. Cascella cercò Loredana per capire cosa stesse succedendo. Loredana non si trovava. Quel ragazzino non stava attenendosi al testo preparato prima della trasmissione e lui sapeva quanto Ribisi si sarebbe incazzato per quelle risposte assurde, che aveva sparato poco fa. Era questo il rischio di portare ragazzini in trasmissione. Non sai mai cosa possano tirare fuori. Le menti dei preadolescenti sono un campo minato pronto a polverizzarti l'odiens. Ribisi era passato dall'intervistare il ragazzino al fare domande al padre, improvvisando e sperando di non peggiorare la situazione. Ottavio rimaneva immobile. Sempre cercando di apparire composto ma non troppo. Teneva occhi fissi sul pubblico ma non in direzione del padre. Non guardava neppure Ribisi. Sembrava come ignorare quel che accadeva accanto a lui in quel momento, in quel teatro dove ogni sera veniva confezionato il Talk Show più seguito d’Italia. Pensava a Rosalba e quasi gli veniva da piangere. Pensava a tutte quelle ricreazioni in cui la vedeva partire dalla propria classe in direzione della Prima C per incontrarsi con Perrotti. Maledizione a quei due. Maledizione a quel libro che l'aveva portato su quel palco in quella serata dove avrebbe voluto ascoltare i Bauhaus. Maledizione a chi aveva sparso la voce facendolo sapere per tutta la scuola. Maledizione ai suoi compagni di classe davanti la tivù. Ai suoi insegnanti che lo guardavano come un esemplare raro, il genio letterato di turno. Secchione. Secchione. Solo uno stupido secchione. Questo pensava la gente da casa vedendolo. Questo pensava di lui la gente in platea. Senza capire realmente le sue esigenze. Aveva scritto un libro per questo, un urlo che cercava di dare spiegazioni. Aveva buttato tutto dentro quelle pagine ma nessuno aveva compreso. Maledizione a tutti. A suo padre. Al presentatore. Al pubblico. Alla mummia. Alla ragazza tettona. A tutti quelli che ci lavoravano al Eggià Venerdì. Agli assistenti di studio e anche a Loredana che in quell'istante infilava gettoni nel telefono del bar tentando inutilmente di contattare quel deficiente che al mattino le aveva sfasciato il paraurti dell'auto.
Non sappiamo nulla dei nostri interlocutori. Niente di niente. Esattamente come per nostro padre. Una sera è uscito e non è più tornato indietro. Ha lasciato un biglietto alla mamma ma lei non ha voluto che lo leggessimo, credo fosse il suo addio a noi. Non si è più fatto vivo da due anni a questa parte. Neppure una telefonata. Non l’ho detto a nessuno ma spero di trovare un suo messaggio prima o poi sulla segretaria. Per il momento niente. Solamente voci di persone sconosciute che non sappiamo neppure da dove telefonano, in quale città vivono. Nulla. Non sappiamo se chi dice di essere un professore sia realmente tale. O se Clarissa troverà mai il vero amore, quello giusto. Non conosciamo neppure se ci sono stati miglioramenti nelle condizioni di quella donna matta finita in clinica, Raffaella. Non si è più fatta sentire. Forse i ricoverati non possono usare il telefono. Tuttavia lei era stata l'unica a rivolgersi a noi usando il plurale. Ascoltare i suoi "voi" mi rendeva felice. Raffaella è stata la sola a sapere che non ero solo.
(Fine)