martedì 21 ottobre 2008

Non possono fare altrimenti - Parte 2 - (racconto a episodi)

25 Aprile 1989

Erano le quattro del mattino. Cascella aveva la cravatta slegata che gli penzolava dal colletto della camicia. Ubriaco fradicio ballava in pista insieme e due assistenti di studio di Ok il prezzo è giusto. Sudava vistosamente sotto le ascelle e due enormi aloni umidi ne erano la testimonianza.
Valenti era in compagnia di una ragazza rumena. Poggiavano coi gomiti al banco del bar e chiacchierava con lei da oramai quindici minuti. La ragazza stava tentando si entrare nel mondo della spettacolo. Beveva vodka e succo di limone parlando un italiano improvvisato. Era una cosa dura riuscire a sfondare ai giorni nostri. Valenti gli stava spiegando questo. Quella sera non aveva fatto in tempo a cambiarsi e indossava ancora la giacca con toppe sui gomiti che usava per lavoro. Cascella l’aveva preso in giro tutta la serata per quella giacca. Valenti e Cascella erano colleghi di lavoro. Valenti e Cascella passavano in questo locale gran parte delle loro notti libere.
“Senti lo vuoi il mio numero di telefono? Così vedo di sentire in giro se occorre qualche viso nuovo in qualche trasmissione. Ho sentito che tra poco deve esordire un nuovo format pomeridiano”.
“Ohh, davvero lo faresti?”.
“Certo. Fidati, buchi lo schermo di sicuro” disse fissandola negli occhi.
“La gente di Ok è tutta figlia di puttana. Soprattutto quelle due troie” lo interruppe Cascella arrivato sino al bar “che si può bere qua?” chiese spingendo la faccia in avanti verso l’amico. La cravatta penzolava ancora tutta sgualcita. Aveva i capelli appiccicati alla fronte e quarantadue anni.
“Attento che qui la barista vende care le sue tette” rispose Valenti senza togliere gli occhi di dosso alla scollatura della ragazza dietro il banco “ehi, hai ancora un po’ di roba?”.
“Qualcosa” disse Cascella infilandosi la mano nel taschino della camicia ed estraendo un pacchetto di Diana Rosse.
“Magari potremmo tirarcela in macchina, che dici?”.
“Viene anche lei?” domandò Cascella all’amico buttando un’occhiata alla ragazza rumena e accendendosi una sigaretta.


Oggi non ho concluso nulla. Era bello fuori. C'era ancora quel sole particolare ma non mi andava di uscire. Sono rimasto tutto il pomeriggio steso sul letto in tuta da ginnastica a fissare il soffitto. Mio fratello se n'è stava seduto sul balcone, vigile nello sguardo, a uccidere le mosche che tentavano di entrare nella nostra camera. Temeva mi avrebbero infastidito. Ad ogni uccisione si girava nella mia direzione e faceva il suo solito sorriso stordito. Uccideva e sorrideva. Uccideva e sorrideva. Ogni tanto si alzava per cambiare il disco nello stereo. Mio fratello adora i Cure. Non mi chiedete il perché.


26 Aprile 1989

Fausto Necchi camminava per il corridoio cercando di concentrarsi. Teneva nella mano sinistra un bicchiere di carta con caffè. Necchi ci teneva a fare bella figura nella puntata di quella sera. Era la sua occasione. La sua occasione per sfondare dopo tanti anni di gavetta in locali da niente. Qualcuno finalmente si era accorto di lui, del suo talento e aveva deciso di dargli una chance. Quella sera doveva giocarsi il tutto per tutto, per questo beveva caffè. Il caffè gli dava carica, aveva sempre bevuto caffè prima di ogni spettacolo, sentiva quasi un richiamo scaramantico nel compiere il gesto. Indossava il completo migliore, quello che sfoggiava solamente nei migliori spettacoli. Chissà che faccia avrebbero fatto i ragazzi al bar quando lo avrebbero visto in video. Una rete nazionale, cazzo, non il solito passaggio a Domenica in salotto con quel presentatore balbuziente. Finalmente era arrivato il momento in cui tutti avrebbero capito. Una personale rivincita contro il mondo e contro il padre di Maria Adele che continuava a proporgli un posto come tornitore nella sua officina artigianale.
Seduto sulla terza sedia a partire dal fondo, nel corridoio che collegava i camerini, se ne stava tranquillo un ragazzino. Rimaneva in silenzio a leggere, fregandosene del via vai di gente. Ignorando persino Cascella che inutilmente tentava di convincere Valenti a cambiare la scaletta degli interventi del pubblico. Composto sulla sedia di plastica blu scorreva gli occhi su di un fumetto. Anche lui era un ospite.
“Non sembri un caso umano” lo interruppe Necchi avvicinandosi “Sembri a posto. Sei veramente un caso umano?” domandò infine mettendogli la faccia davanti a pochi centimetri. Il ragazzino distolse gli occhi dal fumetto. Guardò in volto l’uomo che gli stava parlando. Lo individuò come un tipo nervoso che sudava vistosamente dalla fronte e sulla punta del naso. Aveva occhiali spessi con lenti bisognose di una pulita.
“Come?” rispose alla domanda con un filo di voce ma senza imbarazzo.
“In questo show a volte invitano casi umani. Capisci? Gente che ha avuto sfighe particolari e che vengono a raccontarle in tivù. Tu che hai fatto?”.
“Ho scritto un libro” rispose il ragazzino.
“Oh, che è successo poi? Ti hanno rubato i diritti d’autore?”.
“No. Non credo, se ne occupa mio padre di questo”.
“E dov’è tuo padre adesso?”.
“Di sotto. Tra il pubblico”.
“Non è qui con te?”:
“Crede che in cose di questo genere non sia necessaria la sua presenza. Ha fiducia nelle mie capacità e mi lascia fare da solo”.
“Capisco” disse Necchi senza entusiasmo, poi ravvivandosi all’improvviso proseguì “Sai perché sono qui io?".
"Uh uh" rispose il ragazzino negando col capo.
"Sono un comico. Ti piacciono i comici? Faccio ridere sai. Piacere sono Fausto” si presentò porgendogli la mano anch’essa sudata.
“Ci scusi ma dobbiamo provare l’intervista” intervenne una ragazza bionda e grassoccia mettendosi tra loro “lei è il padre?”.
“No. Sono un comico”.
“Allora deve proprio lasciarci lavorare. Parlerete dopo la trasmissione” concluse portando il ragazzino con sé dietro la porta di un camerino. La ragazza si chiamava Loredana ed era una delle quattro assistenti di studio. Proprio quella mattina era stata tamponata in auto mentre si recava dalla madre e ancora non aveva trovato il tempo di andare dall’assicuratore per la denuncia. Il suo compito per quel giorno era pianificare l’intervista con il ragazzo in modo che non si facesse prendere dall’emozione. Valenti ci teneva che le cose fossero fatto a modo. Senza intoppi e a lei avevano dato questa responsabilità. In quei minuti. Dietro la porta del camerino, Loredana si ritrovò con poco tempo per la preparazione prima che cominciasse la registrazione del programma. Desiderava solamente che il ragazzino non se ne uscisse con le classiche trovate da adolescente o non si facesse prendere dal panico. Lei detestava gli adolescenti intelligenti sopra la media.


In camera nostra abbiamo anche una tivù a colori ed il videoregistratore. Un regalo di nostro padre. A noi piacciono i film. Mio fratello non fa che guardarsi la cassetta di “Animal House". Ogni volta che tocca a lui scegliere cosa mettere nel video so già che mi attendono almeno quattro replay della scena in cui muore il cavallo stroncato da un infarto nell'ufficio del rettore. Oppure l'interpretazione eseguita con maestria da mio fratello, che calato nei panni di Belushi che discende le scale, frantuma la chitarra dell'hippy romantico. Io personalmente preferisco “Un mercoledì da leoni”. E’ stata nostra madre a regalarci quel film. Lo adoro. Oramai conosco tutti i dialoghi. Ci sono momenti in cui chiudendo gli occhi quasi mi vedo sulle onde insieme a Leroy e Matt. Chiudo gli occhi e tutto diventa così facile, cavalcare le onde con una tavola diviene un gioco da ragazzi. Il sole, la spiaggia, la California, le ragazze…tutto tremendamente naturale, poi ritorno a fissare la tivù e comprendo quanto sia impossibile fare surf per un ragazzo senza gambe.

(Continua...)

mercoledì 15 ottobre 2008

Non possono fare altrimenti - Parte 1 - (racconto a episodi)

27 Maggio 1977

Nella sala d’aspetto del reparto maternità c’era un nuovo televisore bianco e nero. Alle venti e quarantacinque minuti, un uomo guardava Enzo Tortora presentare la puntata inaugurale della sua nuova trasmissione, cercando di non pensare a niente. Quella giornata era stata uno schifo. Sindrome del QT Lungo avevano detto i medici. Sua moglie, ancora convalescente, stava in camera a parlare con il primario del reparto. Era più di mezz’ora che si erano chiusi dentro la stanza. Lei, Angela, aveva appena partorito un figlio tre giorni prima. Era il loro secondo figlio. Daniele lo avevano chiamato. Nome impresso nei suoi gesti solamente per due giorni. Due giorni e due notti. Era deceduto quella mattina stessa per un attacco di fibrillazione ventricolare. Sindrome del QT Lungo, era stata questa la causa della morte.
“E ora passiamo alla rubrica Fiori D’Arancio” la voce del presentatore alla tivù come sottofondo al silenzio di quella serata. L’orario delle visite era finito. Gli era stato concesso di rimanere se voleva, per accudire la moglie. Non aveva mai pernottato all’ospedale. Non era mai stato ricoverato in vita sua, sempre forte e sano come un pesce. Ancora non si spiegava perché il suo secondogenito non fosse nato con la sua salute di ferro. In corridoio le infermiere raccoglievano stoviglie sporche dalle camere. La cena per le degenti era finita. In quel luogo c’erano passi continui, ad ogni minuto. L’uomo in quella sala d'aspetto si domandò quanti bambini potevano esserci di sotto nelle culle. Si domandò come potesse sentirsi Ottavio a casa con la nonna. L’indomani avrebbero fatto altri esami alla moglie, in forma precauzionale, per non correre rischi.


Oggi c’è il sole e l’aria è sorprendentemente limpida. Mi piace quando si può vedere il sole. Anche se in queste prime settimane di settembre quel disco giallo appare un po’ più malconcio del solito. Ho aperto la portafinestra del balcone, così posso godermi l’aria fresca sul viso e osservare mio fratello giù in cortile, giocare. Si sta esercitando a tennis contro il muro. Ha una vecchia racchetta di legno che un amico di papà gli ha regalato quando è passato alle fibre di carbonio. Da qui potrei immaginare avvincenti Wimbledon in cui, mio fratello, giunto alla finale se la vede con il numero uno della classifica. Ma non lo faccio, mi limito a fissare i movimenti sgraziati di lui mentre colpisce la pallina e la sua faccia impegnata su un improvvisato gioco di gambe. Ascolto La Isla Bonita trasmessa alla radio e comodo, accanto la portafinestra, mi godo l’aria fresca. Mi piace. Quasi meglio della pasta asciutta. Io adoro la pasta asciutta. Ne mangio tutti i giorni a pranzo e non saprei fare altrimenti. Grandi forchettate di pasta al pomodoro. Senza sosta finché non scopro il piatto vuoto sotto il mio naso. La mamma dice che somiglio tutto al babbo quando sono a tavola. Io non ci ho mai fatto caso. Comunque quando nostra madre dovette andare all’ospedale un anno fa, ad accudire il nonno per quattro giorni, venne la nostra vicina di casa a cuocerci il pranzo. Non la faceva mai al dente, io e mio fratello da sempre mangiamo pasta al dente, ci piace solo così e lei serviva sempre pasta scotta. Io non protestavo, per educazione, ma mio fratello spesso si lamentava e lasciava il piatto ancora pieno sul tavolo. Così quando nostra madre tornò dall’ospedale mi offrii io d’imparare a cuocere la pasta. Lei non volle, disse che la cosa era assurda, troppo pericolosa. Ci avrebbe pensato lei a cucinare per noi, per sempre. Pasta al pomodoro, da mangiare a grandi forchettate con gli occhi rivolti al televisore e mio fratello di fianco. Seguo sempre il telegiornale quando sono a tavola. Mi piace sapere che succede nel mondo. A volte i servizi sono proprio ben fatti…a volte sono solo merda.


4 maggio 1988

Il caldo era insistente e penetrava sotto forma di luce, dalle grandi finestre, dritto sulle teste degli alunni. I ragazzi, seduti scomposti sbuffavano, poggiando gomiti ai banchi e fissando svogliati la lavagna mentre il professore svolgeva un’espressione di primo grado. Ottavio, nascosto dietro l’astuccio delle penne, scriveva su di un taccuino alcune frasi. Aveva cominciato la sera precedente trovando la cosa estremamente divertente. Avvertiva la pelle degli avambracci appiccicarsi sudaticcia alla superficie del banco ma non voleva fermarsi. Ottavio conosceva già la soluzione dell’espressione, per lui era facile l’algebra, quindi passava il tempo scrivendo di getto parole che gli balzano al cervello su quei fogli quadrettati del taccuino. L’insegnante pareva non accorgersi di nulla. Eseguiva i passaggi dell’esercizio indolente ai ragazzi alle sue spalle. Avrebbe desiderato solamente essere in sala professori a bersi un caffè. Stringeva il gesso tra le dita e cercava di non pensarci, si sforzava di ritrovare la concentrazione necessaria per proseguire. Ottavio strappò alcuni fogli del taccuino e se l’infilò nella tasca posteriore dei jeans, voleva appiccicarli alla porta del bagno durante la quinta ora. Quando nessun studente avrebbe potuto vederli. Solo le bidelle durante le pulizie. Magari con la bottiglia del disinfettante in mano, avrebbero buttato una breve occhiata. Prima di pensare alle solite scemenze scritte dai ragazzi e quindi gettarli nel pattume. In quello stesso istante, Ottavio, si sarebbe trovato nascosto con Perrotti e Giustini dietro la palestra per fumarsi la settima sigaretta della sua vita.

(Continua...)