lunedì 28 aprile 2008

"Edward" - capitoli 6.7.8.9.10

6.
L'aranciata era finita. Il bicchiere vuoto. Il frigorifero troppo lontano, di là, in cucina dalla nonna indaffarata. Rinunciò subito all'idea. Pigliò il telecomando ma non cambiò canale. Posò le dita sui tasti senza premere, con leggerezza, sottile sicurezza di poter cambiare tutto.

7.
Claudine aveva un sorriso bellissimo. Da togliere il fiato. Edward la guardava e già l’amava. L’amava di quell’amore senza respiro, come la pallonata alla bocca dello stomaco ricevuta a dodici anni quando già nel campetto del prete si sentiva il portiere dell’Inter. Non si sa come ma Claudine era stata ritrovata nel colorato schermo pochi minuti prima della fine di un telefilm. Edward la guardava e non pensava agli istanti dell’orologio.


8.
"Perché?" chiese Edward.
"Perché no" rispose Marco uscito dalla pubblicità del collutorio.
"Non so, non ne sono convinto".
"Avanti fallo" lo incitò l'amico.
"Uhmm".
"Usa il telecomando su, cambia canale" insistette posando la bottiglia colma di liquido blu.
"E se poi lei sparisce?" Edward insicuro nella voce.
"Lei non può sparire, avanti pigia il tasto".
"Aspetta, non sono sicuro".
"Forza!" grido l'amico televisivo.
"Ok...".
Marco bevve un sorso dalla bottiglia, si schiarì la gola, deglutì.
"Ehi avevi ragione" Edward euforico nella voce "non è andata via, è sempre sullo schermo".
"Te l'avevo detto… Claudine non può sparire dalla tivù alle sette del pomeriggio".

9.
Edward beveva acqua dal frigorifero, convinto dalla sete a raggiungere la cucina. Nel soggiorno la non-voce di Claudine era ancora nello schermo. Sua nonna era lì con i suoi capelli grigi raccolti dietro al nuca ed il vestito di tutti i giorni. Non era mai stata una bella donna. Pensava questo Edward. Aveva visto delle vecchie foto di una giovinezza in bianco e nero e non le era per nulla piaciuta quella figura magra sorridente in sella ad una bici. Le ragazze in tivù sono molto più carine. Le ragazze in tivù non indossano mai il vestito di tutti i giorni.

10.
C'era un ventilatore che non la finiva di ronzare. Chissà come c'era arrivato in quel posto. Chissà dove voleva andare soffiando tutta quell'aria. Edward era nuovamente in soggiorno fissando le pagine di una rivista di giardinaggio che si agitavano. Una rivista per un giardino che non esisteva in quel micro appartamento. Marco era svanito, tornato magari a sciacquarsi la gola con del collutorio blu in altri spot, su altre emittenti. La nonna spuntò dalla cucina e attraversò la stanza. Indossava le scarpe, forse usciva per andare all’alimentari. Forse usciva perché spinta dal ventilatore.

Continua...

martedì 22 aprile 2008

"Edward" - capitoli 1.2.3.4.5


1.
Così Edward disse a sua nonna in continuo passeggio davanti la tivù:
"Nona, od quà od là ca voi avdè" (nonna o di qua o di là che voglio vedere).
Era la fine di un pomeriggio.

2.
"Non si è mai soli in casa" credeva Edward "la tivù mi fa compagnia e mi aiuta a non pensare. Sì…mi aiuta a non pensare…peccato ci sia la nonna che mi distrae mantenendo vive le riflessioni".

3.
"Avete visto Claudine?" domandava Isabella "Avete visto Claudine?". Era la voce di lei alla tivù che non faceva che ripetere queste semplici tre parole. Edward l'aveva vista...sì...ma non era sicuro...non era certo...ma credeva d'averla vista...sì...forse...nello schermo della propria televisione circa alle sette del pomeriggio...quando non accade proprio nulla.

4.
Edward voleva essere nella televisione.
Fare parte di essa.
Sì...c'era...ma quando essa era spenta. Viveva nel suo riflesso. Il riflesso d'uno schermo nero. Questo non gli bastava.
Edward voleva esistere nella televisione piena di colori e da lì scrutare il mondo che l'ammirava.
Mandò giù un sorso della sua aranciata.

5.
L’acquario era vuoto da anni ormai. Un tempo a Edward piaceva guardare i pesci nuotare in quello stretto mondo chiuso da pareti di vetro. L’aveva comprato il nonno, prima di partire per il giro d’Italia in Ape Car, e ci aveva messo un sacco di pesci, forse troppi all’inizio. Con il tempo questi erano diminuiti ed ora non ce n’era più nessuno. Neppure l’acqua, svuotato dalla nonna perché cominciava a puzzare. Edward aveva deviato le sue attenzioni dall’acquario alla tivù e poco alla volta se n’era abituato.

Continua...

venerdì 18 aprile 2008

Sexy Beast

"Ahh si. Come picchia. Sto sudando. Mi abbrustolisco. Cuocio. Bollo. Soffoco. E’ come una sauna. Un forno. Ci si può cuocere un uovo sulla mia pancia. Chi non se la godrebbe. E’ forte. Da sballo. Fantastico!"
Comincia con queste parole il particolare noir diretto da Jonathan Glazer, regista affermato nel mondo degli spot pubblicitari che, con questo titolo, si avvicinò per la prima volta nel 2001 al mondo del cinema. Sceneggiatura strutturata principalmente in tre parti ci mostra come un’atmosfera da commedia possa assumere presto sembianze da thriller per poi divenire un noir con annesso colpo gobbo ai preziosi. Ciò che più colpisce la visione del film sono le prime scene dove gli splendidi colori della Costa del Sol spagnola irrompono nelle inquadrature trasmettendo allo spettatore il senso di caldo, estate, relax e pace che tanto piacciono a Gal (Ray Winstone), il protagonista. Un personaggio che pare aver raggiunto il suo personale paradiso ritirandosi in una villa con piscina, in compagnia della moglie e dei suoi più cari amici. Anche se presto una visita inattesa complicherà la situazione, riportando alla luce i “vecchi tempi” e trasformando così questa idilliaca eterna vacanza in qualcosa di angosciante.
A mio avviso non si tratta di un noir che entrerà nella storia del cinema ma vale la pena vederlo. Se non altro per tre o quattro validi motivi. Il primo è Ben Kingsley, che interpreta in modo superbo il vecchio “socio in affari” che torna a proporre a Gal un lavoro. Il secondo è Gal stesso, un personaggio ben scritto e ben interpretato. Terzo: quel clima caldo che pare trasudare dalla tivù mentre il film scorre sullo schermo. Quarto: la stupefacente Peaches degli Stranglers che apre la pellicola e accompagna il “rolling stone” giù per la collina.

giovedì 17 aprile 2008

Chasing Amy

Diego è un tipo riflessivo e come spesso accade i tipi riflessivi fanno insorgere riflessioni nelle persone intorno. E così quando stasera mi sono ritrovato una certa (vecchia) VHS per le mani la domanda è sorta spontanea...questo film rietrerà nel genere di commedie che Diego detesta oppure no?
Il film in questione è In Cerca di Amy per la regia di Kevin Smith. Quello Smith che ha diretto Clerks, Mallrats, Jay and Silent Bob Strike Again, Dogma, Clerks 2. Dando così vita ad una sorta di filone cinematografico con una continuity che si trascina di pellicola in pellicola.
Questo In Cerca di Amy in particolare mi è sempre stato caro. Sarà che l'ho visto in un periodo della mia vita che attraversavo una fase analoga. Sarà che l'ho sempre giudicato uno dei lavori più maturi del regista sebbene sia in ordine cronologico il suo terzo lungometraggio. Smith, sempre facendo uso di un'ironia dai toni decisi e sboccati in questo film si cimenta in una sceneggiatura più robusta, che va dai simpatici riferimenti ai suoi precedenti lavori (Silent Bob e Jay) a toni più seri come l'inconsueta storia d'amore fortemente vissuta dai protagonisti. Capace così di far ridere ma anche far emozionare il proprio pubblico con storie d’amore sincere, combattute, a volte tragiche, che lasciano l'amaro in bocca ma arricchiscono dentro. Questo è ciò che penso e così è sorta in me la curiosità di sapere se Diego approva o meno questo mio giudizio. Ma non volendo fare torto a nessuno lascio a tutti voi la possibilità di dire la vostra sul film.

venerdì 4 aprile 2008

Juno MacGuff

Ho appena terminato di vedere il film di cui tutti parlano. Il film che per molti diverrà un piccolo cult. Spesso in questi casi accade che l’aspettativa superi il risultato e alla fine se ne rimane delusi o per lo meno lievemente insoddisfatti. Non credo sia il caso di Juno, la pellicola diretta da Jason Reitman e scritta dall’esordiente Diablo Cody. Un fragile gioiello che riesce nella non facile impresa di equilibrarsi tra tematiche difficili e la leggerezza quasi surreale con cui la sedicenne protagonista (splendidamente interpretato da Ellen Page) cerca di porre rimedio agli imprevisti della vita. Cinica e dolce al tempo stesso, brillante, raffinata a modo suo, arrogante quando vuole, Juno sa conquistarci col suo modo di porsi davanti a scelte non facili, risultando così non solo uno strepitoso personaggio adolescente, ma un vero a proprio modo di affrontare la vita, un modo di portare avanti le proprie idee, in barba al conformismo. Juno è una ragazza, un film e forse qualcosa di più.

martedì 1 aprile 2008

Favole a Domicilio

Nelle cuffie ascolto una favola per bambini quando metto in moto l’auto ed esco dal parcheggio. I lampioni del viale sono già accesi, la loro luce arancio filtra dentro i finestrini ed io do un’ultima occhiata all’indirizzo scritto sul biglietto da Katia. Il biglietto che Katia mi ha passato. La sua calligrafia è sempre chiara e corretta. Lettere grandi e tonde. Scrive sempre in stampatello proprio come me. La favola è in inglese e non capisco una parola di quel che si dicono. Le voci dei protagonisti sono voci di adulti camuffate per sembrare voci di bimbi, non è difficile accorgersene. Nel marsupio ho sessantadue euro circa in pezzi da cinque, dieci e monete da uno e due. Ho attaccato il turno meno di venti minuti fa ed è già la mia seconda consegna. La prima in via Mazzini è stata veloce. Katia è contenta quando le cose filano lisce. Lo ripete in continuazione “Amo quando le cose filano lisce”.

Bird : Lady?
Lady : Yes Bird?
Bird : It's cold
Lady : I know. Bird..I cannot see a thing
Bird : It's all in your mind


Guido una Ford Sierra dell’ottantotto grigio scuro ed hai semafori devo stare attento. Occhio ai pedoni. Occhio ai ciclisti. Occhio agli scooter. Vuoi mai che metto sotto qualcuno. Le auto grigie scuro si vedono poco la sera. Se spegnessi i fanali scomparirei.
Nel sedile accanto ho il cellulare acceso ma nessuno sta chiamando, questo significa niente intoppi, niente imprevisti. Tengo il finestrino abbassato di un paio di centimetri per poter respirare l’aria di aprile. Mi piace. Mi piace e fa fresco, quasi freddo. La sera è sempre così. Tiro su la zip della felpa fino sotto il collo e svolto a destra senza freccia. La via in cui devo andare è dall’altra parte del centro. Le insegne luminose dei negozi cambiano spesso. Io le uso come punti di riferimento per ricordarmi le traverse delle strade principali. Poi però quando cambiano negozi e insegne, finisce che mi perdo e devo tornare indietro. Tra dieci minuti dovrei essere di ritorno. Giusto il tempo di sentire come va a finire la favola in inglese con voci di adulti camuffate.

Lady : I'm worried
Bird : No one will come to see us
Lady : Maybe they come but we just don't see them, What do you see?
Bird : I see what's outside
Lady : And what exactly is outside?
Bird : It's grown-ups
Lady : Well maybe if we scream they can hear us
Bird : Yeah, maybe we should try to scream
Lady : Ok, Bird


Non mi domando mai cosa ci sia dentro la sacca termica gialla. Quali siano i gusti di quelli che parlano al telefono. Cosa mangia una voce al telefono? Katia con la cornetta in mano scrive tutto su dei foglietti in stampatello con lettere grandi e tonde, poi li passa a Luca. Luca quando lavora è sempre sporco di bianco. E’ difficile sporcarsi di bianco ma lui ci riesce. Sarebbe stato il figlio ideale di mia mamma, io mi sporcavo sempre ma mai di bianco, i miei colori erano il verde erba sulle ginocchia, fango secco nei risvolti dei pantaloni, terra sotto le unghie. Mia mamma sarebbe stata felice di Luca. Il bimbo che non si sporca se non di bianco. Forse mia mamma avrebbe lasciato Luca giocare tranquillo, non tenendolo sempre d’occhio dalla finestra. Non voleva mi allontanassi e si arrabbiava quando gli altri ragazzini mi trattavano male.
Luca è in gamba. Porta sempre un cappellino da baseball in testa e a me piace il suo cappello. Luca dice che per il mio compleanno me ne regalerà uno identico. Rosso.
Cerco di inserire la seconda nella Ford Sierra grigio scuro ma niente da fare. Dovrei saperlo bene ormai. Katia dice “Parti in prima, dai gas e poi passa direttamente alla terza”. Non usare la seconda. Non funziona. Ai semafori devo sempre stare attento.

Lady & Bird : Heeeelp, Heeeelp. Can you hear us now ? Hello! Help! Hello it's me. Hey! Can you see? Can you see me? I'm here. Nana come and take us. Hello. Are you there. Hello
Lady : I don't think they can hear us
Bird : I can hear you lady
Bird : Do you want to come with me lady
Lady : Will you be nice to me Bird


Ormai sono arrivato, niente problemi con le insegne luminose, tutte al loro posto come me le ricordavo io. Ora cerco di distinguere i numeri attaccati ai muri delle case. La luce dei lampioni non ci arriva e non si vede quasi niente. Rallento e riguardo l’indirizzo scritto da Katia sul foglietto. La via è questa. Mi piace quando le cose filano lisce, devo solo capire se andare avanti o tornare indietro. Katia mi dice sempre di trovare le case da solo, di non fermarmi a chiedere alla gente, che non si sa mai chi posso incontrare. Allora io faccio come dice Katia.
Tengo la macchina in prima e passo lentamente davanti a tutte le case cercando di vedere il numero. Piano. Piano. Piano. Meglio metterci due minuti in più che sbagliare il campanello. Anche questa è una frase di Katia.

Lady : You're always be nice to me because you're my friend
Bird : I try but sometimes I make mistakes
Lady : Nana says we all make mistakes
Bird : Maybe we should scream more
Lady : Yes, Bird let's scream more
Lady & Bird : Help! Help us! Come on! Help! Hello! Help. Hello! We're lost
Lady : I don't think they cannot see us
Bird : Nobody likes us


Il numero che cerco rimane nascosto dietro il ramo di un albero con le foglie larghe. Per questo non l’avevo visto la prima volta che sono passato qui davanti. Il nome del tipo di albero non lo conosco, ma ricordo che ce n’è uno identico disegnato in un libro che ho a casa. Un libro regalato da mamma. Ci sono le illustrazioni e delle bellissime storie. Tutte che finiscono bene. Adoro le storie che finisco con un sorriso.
Spengo il motore della Sierra. Eccomi pronto.
Suono il campanello con i cartoni ancora caldi nelle mani. E’ importante che siano calde. “Non indispensabile ma importante” ha detto Katia. Viene ad aprirmi un ragazzo vestito elegante, tutto pettinato con il gel e come sempre ha fretta di portare dentro le pizze e chiudere la porta. Mi da pure una mancia grande e io gli sorrido gentile mentre lui ha già richiuso la porta. Torno sulla mia Ford e alzo il riscaldamento. La felpa non basta più. Fa fresco, quasi freddo. La sera è sempre così.

Lady : But they all seem so big
Bird : Maybe we should just jump
Lady : What if we fall from the bridge and then nobody can catch us
Bird : I don't know let's just see what happens
Lady : Okay


Katia mi aspetta ed io sono in perfetto orario. Dieci minuti esatti come avevo detto io. Ormai conosco il mio lavoro. Lo faccio da parecchio tempo. Quelli che avevano cominciato con me hanno smesso tutti. Ho insegnato i nomi delle strade ad un ragazzo che adesso, mi hanno detto, progetta dove piazzare svincoli e rotatorie. Un altro invece si è licenziato tre anni fa per laurearsi, ora lavora in tribunale. Tutti fanno altre cose.
I ragazzi di adesso sono tutti più giovani di me. Ragazzi che facevano le medie quando io ho preso la patente. Ora si pagano la scuola lavorando la sera. Esattamente come gli altri ed esattamente come gli altri un giorno se ne andranno.
Io sono qui da sette anni e Katia e Luca sono contenti di me. Le consegne speciali le fanno portare sempre e solo a me. Non si fidano di quelli nuovi. Alla faccia di mia mamma. Alla faccia di Carlo, l’assistente sociale. Tutti che dicevano che non ero tagliato per fare un lavoro a contatto con la gente. Invece ce l’ho fatta.
Sono bravo nelle consegne.

Bird : Come with me
Lady : Shall we do it together
Bird : Yeah
Lady & Bird : 1 2 3....Aaaaaaah
Bird : Lady?
Lady : Yes Bird
Bird : It's cold
Lady : I know
Lady : Bird...I cannot see a thing
Bird : It's all in your mind


Al mio ritorno c’è sempre un sorriso ad aspettarmi, il sorriso di Katia. Mi chiede sempre se è andato tutto bene e mi fa l’occhiolino. Luca mi osserva mentre stende l’impasto per le pizze e anche lui sorride. A volte gli altri si beccano delle sgridate. A me non dicono mai parolacce. Quando sono io a fare una consegna Luca e Katia sono sempre soddisfatti.
In questo momento in pizzeria non c’è nessuno. Nessun cliente e anche gli altri ragazzi sono fuori in scooter con i loro biglietti scritti in stampatello grande e tondo. Katia mi chiede se il ragazzo col gel mi ha pagato ed io faccio cenno di sì con la testa. Mi ha dato anche la mancia. Poi dal marsupio tolgo centottanta euro e lei li mette nella cassa. “Bisogna stare attenti coi soldi” dice sempre Katia “quando sono così tanti”. E Katia ha ragione, io lo so bene. Per questo sceglie sempre me per le consegne speciali. Sono pizze che costano un sacco di soldi quelle delle consegne speciali. E quando le porto il ragazzo che viene ad aprire ha sempre fretta di chiudere la porta. A me non interessa. Non voglio essere amico di quei ragazzi. Hanno sempre occhi strani. Occhi grandi e bui. Meglio i sorrisi di Katia, sorrisi felici come quelli che trovo alla fine delle storie illustrate nei miei libri a casa. Storie dove tutto si risolve bene. Katia mi fa una carezza sulla guancia ed io divento rosso. Al momento non c’è nessun altra consegna da fare e preferisco restare vicino al telefono dove Katia aspetta le chiamate. Preferisco tenere le cuffie in testa ed ascoltare la favola in inglese che finisce ed io non capito la storia. Ma riesco ad immaginarmela.