venerdì 21 marzo 2008

La polvere di Fante

L’altro giorni, sistemando alcuni libri in bilico tra mensole troppo cariche, mi è ricapitato in mano il volume di Chiedi alla Polvere. Un romanzo letto una decina d’anni fa e che forse meriterebbe una rispolverata, per lo meno cercare quei passaggi che tempo indietro mi avevo tanto affascinato. Momenti di tranquilla e disperata letteratura anni ’30. Come il periodo che apre l’intero romanzo: Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva in biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnando la luce e andandomene a letto, il personaggio che agisce a quel modo altri non è che Arturo Bandini, orgoglioso scrittore senza un soldo (e alter-ego di Fante in molti suoi lavori), con all'attivo un solo successo: il racconto Il cagnolino rise pubblicato dall'editore Hackmuth. Certo di un futuro brillante questo astro nascente della letteratura mondiale, si muove in una Los Angeles avvolta dalla polvere del deserto (il paziente deserto in attesa che gli uomini muoiano e le civiltà vacillino), con un solo pensiero nella propria testa: Camilla Lopez, cameriera messicana dallo splendido corpo. Una donna magnetica che finirà per amare, per esserne travolto in avventure erotiche davanti l'oceano, ed infine scaricato. Una personale tragedia, una catastrofe che porterà il giovane scrittore ad intraprendere nuove strade, per fuggire il dolore, come quella di Vera: una ninfomane deforme nella quale cercherà consolazione, oppure l'inizio del proprio primo romanzo. Tutte cose che lo terranno occupato sino a ché la voglia di rivedere Camilla non lo farà ripartire alla volta di una baracca dove lei è stata vista l'ultima volta. Una baracca situata ad un passo dal deserto, sotto il sole cocente, dove tutto prima o poi si trasforma in polvere.
Tutto questo è Fante, un narratore riscoperto forse troppo tardi.

mercoledì 19 marzo 2008

La merce in offerta sopporta in silenzio

Ho comprato un orologio da muro, non è bellissimo ma era in offerta al centro commerciale per dodici euro. La cornice intorno è tutta in plastica, del colore del legno. Se lo guardi sembra in legno, legno finto. Sono di ritorno a casa mentre il sole di questa giornata va giù, guido la stationwagon in mezzo al traffico, sono parte del serpentone che si muove piano sulla statale. Parto e mi fermo, lentamente. Riparto e mi rifermo, lentissimamente. Alla radio fanno solo schifezze e così la spengo. Alzo la frizione, mi muovo di poco e mi viene in mente un film visto la sera precedente. Era un film leggero. Non nella trama ma nei sentimenti. Sospeso in quella profonda leggerezza delle cose pure. Trattava dell’amore. Una storia come ne accadono poche oramai. Per tutta la lunghezza della pellicola nessuno ha mai detto – ti amo -. La fila di auto si ferma d’improvviso. Pigio il pedale del freno e mi blocco d’un colpo. La borsa di nylon che contiene l’orologio vola sul tappetino. Prima sbatte contro il cruscotto e poi vola di sotto, sul tappetino. L’auto che ha frenato dietro di me s’è fermata ad un soffio. E’ occupata da un uomo al volante e una donna al suo fianco, avranno cinquant’anni. Visti nello specchietto retrovisore sembrano abbastanza ciccioni. Guardo giù e vedo l’orologio da muro che spunta fuori per metà dalla borsa di nylon. Spunta quanto basta per notare che il vetro s’è scheggiato. Il vetro, racchiuso in quella cornice di plastica color legno, s’è crepato. Cazzo. Un accidente a questo traffico di merda. Fregato. La merce in offerta non può essere cambiata. Lo diceva un cartello appeso sopra, in alto. Non posso neppure tornare indietro e fingere di averlo trovato così. Penso, magari è solo polvere. Cerco di pulire con i polpastrelli ma non succede niente. La crepa nel vetro se ne resta lì dov’è. Fregato. La colonna di auto si muove ed io le vado dietro. Riparto e mi rifermo, lentissimamente. Il ciccione nello specchietto retrovisore parla concitato, rivolto alla donna alla sua destra. Sbatte le mani sul volante e ha la faccia tutta rossa. Forse è il tramonto. Forse sta per beccarsi un infarto. Estraggo dalla borsa l’intero l’orologio per osservarlo meglio. Ci do ancora un po’ con i polpastrelli ma non c’è niente da fare. Se non si fosse schiantato contro il cruscotto sarebbe stato perfetto. Se non ci fosse quella crepa sarebbe stato un affarone. Ora è da buttare senza poterlo neppure appendere alla parete. Mancavano solo pochi chilometri per arrivare a casa e mi son fregato. L’uomo nello specchietto è imbestialito, diventa scalmanato e molla una sberla alla donna. Lei accusa il colpo ma non ribatte, non parla. Immobile non apre bocca. Lui continua a blaterare qualcosa e poi ancora giù, altra sberla sulla testa. Riprendiamo la marcia e dopo poche decine di metri siamo nuovamente fermi. Ancora fissi in questo epilogo di pomeriggio con il caldo dell’estate. Io nella mia stationwagon con l’aria condizionata accesa e loro dietro persi tra le sue urla e le sue sberle. La donna guarda dritto avanti a sé. L’uomo è sempre più rosso. La merce in offerta non si cambia. Tutti ripartono e si rifermano, all’infinito. Nessuno può accelerare come vorrebbe. L’orologio è sul sedile con la sua crepa bella in vista, sono stato io a rovinarlo. Sono stato io a romperlo. L’orologio e la donna nell’auto dietro stanno nella medesima posizione. Senza lamentarsi. Entrambi sopportano in silenzio, sperando di essere presto dimenticati.