sabato 1 novembre 2008

Non possono fare altrimenti - Parte 3 - (racconto a episodi)

23 Maggio 1988

In tivù c’era il film più orrido che ricordasse d’aver mai visto. A metà pellicola Ottavio cominciò a pigiare tasti del telecomando senza una meta precisa. Studiare non gliene fregava niente, aveva letto qualche pagina nel pomeriggio e i compiti erano già stati fatti. Poi non voleva mai essere troppo preparato sulle lezioni del giorno dopo. Meglio non alzare ulteriormente la media dei voti se non si vuole correre il rischio di essere evitati dai compagni. Steso sul letto fissava lo schermo balzare da un programma all’altro. Una pila di fogli scritti a mano stavano ammucchiati sul tappeto. Lavoro di una ventina di giorni. Vecchi stralci scritti a scuola, a casa, nel giardino pubblico. Ogni tanto li rileggeva e li univa. Amalgamava pensieri. Costruiva qualcosa che non sapeva cosa sarebbe diventata. Si alzò e andò al giradischi. La gola non gli bruciava più: si stava abituando al tabacco. Quasi ogni giorno si trovava con Perrotti per una sigaretta in tranquillità. La settimana precedente avevano portato con loro anche Rosalba. Era curiosa di vederli fumare. Li aveva seguiti dietro la palestra ed era stata con loro tutto il pomeriggio. Aveva anche dato un tiro alla Merit di Perrotti tossendo rovinosamente per i seguenti dieci minuti. A Ottavio piaceva Rosalba. La trovava interessante. C’era qualcosa in lei che catturava l’attenzione. Quando scriveva capitava che pensasse a lei. Lo aiutava ad esprimersi meglio. Ritornò a stendersi sul letto accompagnato dalle note di True Blue. Prese nuovamente in mano i fogli sparsi sul tappeto. Ricominciò a leggerli. Il televisore fu zittito con un colpo di telecomando.

Ogni domenica nostra madre ci fa la torta farcita. Usa un impasto di pan di Spagna già preparato che compra al supermarket, lo divide in tre strati e lo riempie con cioccolato fuso che lei prepara da certe bustine azzurre. Una volta farcito il pan di Spagna la guarnisce con zucchero a velo sopra e qualche goccia di Alchermes. Ci piace guardare Gran Prix alla tivù mangiando la torta. Mio fratello dice che da grande farà o il tennista o il pilota di rally. Io lo lascio fare, anche se so che la patente non la danno ai ragazzi ritardati e a tennis è una vera schiappa. Così mentre lui parla io continuo a seguire Gran Prix. La domenica non ascolto mai i telegiornali.


26 Aprile 1989

“Avete provato ad entrare in analisi? Con me ha funzionato” disse l’uomo poggiato con il sedere sul bordo della mensola davanti lo specchio grande due metri per due. Dava le spalle allo specchio ed indossava un maglione di puro cashmere.
“Non credo in quelle cose. Non voglio portare i fatti di me e Laura davanti un estraneo” rispose l’altro uomo seduto sulla sua personalissima sedia girevole in pelle nera. Faccia allo specchio e due vistose occhiaie.
“Avete già preso provvedimenti drastici?”.
“Si è trasferita”.
“Ahia” esclamò Paolo Pietrangeli senza muoversi affatto dal suo appoggio sulla mensola.
“Le ho dato il mio appartamento in Via Della Croce. Per il momento desidera stare sola e anch’io penso sia la scelta giusta”.
“Solitamente sono i colpi più duri i provvedimenti drastici”.
“Dillo a me. Guarda che razza di borse ho sotto gli occhi. Ti pare che debba andare in tivù messo così?”.
“Ti manca?” domandò Pietrangeli mentre finse d’interessarsi al viso sciupato dell’amico. Alle loro spalle, sul fondo del camerino, esistevano da diversi anni due poltrone in pelle nera sulle quali Carlo Ribisi non aveva mai voluto si sedesse nessuno. Pietrangeli le vide riflesse nello specchio e pensò che sarebbero state alla grande nella sua casa a Cortina.
“Si e no. A volte proprio no. E’ stato un comune accordo” rispose l’amico grattandosi la guancia sinistra. Bussarono in quell’istante alla porta.
"Beh, tienimi informato. Ok? Senti un po', ma quelle poltrone sei ancora intenzionato a tenerle a lungo in questo camerino?".
"Per il momento sì. Non vedo un altro posto dove potrebbero stare meglio".
"Ok. Forse hai ragione. Ti stanno chiamando".
Il conduttore doveva affrettarsi in sala trucco.


Mio fratello non sopporta il solletico. Il mio più gran divertimento? Stuzzicarlo quando viene a sdraiarsi accanto a me per guardare insieme la tivù. Mi sta sempre appiccicato, fosse per lui andremmo in giro su di una carrozzella a due posti tanto per rimanermi vicino. Così io mi tolgo i miei sfizi facendolo impazzire. Infilandogli le dita tra le costole e sul collo. Un giorno devo aver esagerato perché preso dalla smania di divincolarsi mi a scaraventato per terra. Nostra madre ci fece una gran ramanzina per il pericolo che avevo corso. Gli risposi che al massimo avrei potuto rompermi una gamba e non ci vedevo tutta questa tragedia. Mi beccai uno schiaffo.

(Continua...)

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