27 Maggio 1977
Nella sala d’aspetto del reparto maternità c’era un nuovo televisore bianco e nero. Alle venti e quarantacinque minuti, un uomo guardava Enzo Tortora presentare la puntata inaugurale della sua nuova trasmissione, cercando di non pensare a niente. Quella giornata era stata uno schifo. Sindrome del QT Lungo avevano detto i medici. Sua moglie, ancora convalescente, stava in camera a parlare con il primario del reparto. Era più di mezz’ora che si erano chiusi dentro la stanza. Lei, Angela, aveva appena partorito un figlio tre giorni prima. Era il loro secondo figlio. Daniele lo avevano chiamato. Nome impresso nei suoi gesti solamente per due giorni. Due giorni e due notti. Era deceduto quella mattina stessa per un attacco di fibrillazione ventricolare. Sindrome del QT Lungo, era stata questa la causa della morte.
“E ora passiamo alla rubrica Fiori D’Arancio” la voce del presentatore alla tivù come sottofondo al silenzio di quella serata. L’orario delle visite era finito. Gli era stato concesso di rimanere se voleva, per accudire la moglie. Non aveva mai pernottato all’ospedale. Non era mai stato ricoverato in vita sua, sempre forte e sano come un pesce. Ancora non si spiegava perché il suo secondogenito non fosse nato con la sua salute di ferro. In corridoio le infermiere raccoglievano stoviglie sporche dalle camere. La cena per le degenti era finita. In quel luogo c’erano passi continui, ad ogni minuto. L’uomo in quella sala d'aspetto si domandò quanti bambini potevano esserci di sotto nelle culle. Si domandò come potesse sentirsi Ottavio a casa con la nonna. L’indomani avrebbero fatto altri esami alla moglie, in forma precauzionale, per non correre rischi.
Oggi c’è il sole e l’aria è sorprendentemente limpida. Mi piace quando si può vedere il sole. Anche se in queste prime settimane di settembre quel disco giallo appare un po’ più malconcio del solito. Ho aperto la portafinestra del balcone, così posso godermi l’aria fresca sul viso e osservare mio fratello giù in cortile, giocare. Si sta esercitando a tennis contro il muro. Ha una vecchia racchetta di legno che un amico di papà gli ha regalato quando è passato alle fibre di carbonio. Da qui potrei immaginare avvincenti Wimbledon in cui, mio fratello, giunto alla finale se la vede con il numero uno della classifica. Ma non lo faccio, mi limito a fissare i movimenti sgraziati di lui mentre colpisce la pallina e la sua faccia impegnata su un improvvisato gioco di gambe. Ascolto La Isla Bonita trasmessa alla radio e comodo, accanto la portafinestra, mi godo l’aria fresca. Mi piace. Quasi meglio della pasta asciutta. Io adoro la pasta asciutta. Ne mangio tutti i giorni a pranzo e non saprei fare altrimenti. Grandi forchettate di pasta al pomodoro. Senza sosta finché non scopro il piatto vuoto sotto il mio naso. La mamma dice che somiglio tutto al babbo quando sono a tavola. Io non ci ho mai fatto caso. Comunque quando nostra madre dovette andare all’ospedale un anno fa, ad accudire il nonno per quattro giorni, venne la nostra vicina di casa a cuocerci il pranzo. Non la faceva mai al dente, io e mio fratello da sempre mangiamo pasta al dente, ci piace solo così e lei serviva sempre pasta scotta. Io non protestavo, per educazione, ma mio fratello spesso si lamentava e lasciava il piatto ancora pieno sul tavolo. Così quando nostra madre tornò dall’ospedale mi offrii io d’imparare a cuocere la pasta. Lei non volle, disse che la cosa era assurda, troppo pericolosa. Ci avrebbe pensato lei a cucinare per noi, per sempre. Pasta al pomodoro, da mangiare a grandi forchettate con gli occhi rivolti al televisore e mio fratello di fianco. Seguo sempre il telegiornale quando sono a tavola. Mi piace sapere che succede nel mondo. A volte i servizi sono proprio ben fatti…a volte sono solo merda.
4 maggio 1988
Il caldo era insistente e penetrava sotto forma di luce, dalle grandi finestre, dritto sulle teste degli alunni. I ragazzi, seduti scomposti sbuffavano, poggiando gomiti ai banchi e fissando svogliati la lavagna mentre il professore svolgeva un’espressione di primo grado. Ottavio, nascosto dietro l’astuccio delle penne, scriveva su di un taccuino alcune frasi. Aveva cominciato la sera precedente trovando la cosa estremamente divertente. Avvertiva la pelle degli avambracci appiccicarsi sudaticcia alla superficie del banco ma non voleva fermarsi. Ottavio conosceva già la soluzione dell’espressione, per lui era facile l’algebra, quindi passava il tempo scrivendo di getto parole che gli balzano al cervello su quei fogli quadrettati del taccuino. L’insegnante pareva non accorgersi di nulla. Eseguiva i passaggi dell’esercizio indolente ai ragazzi alle sue spalle. Avrebbe desiderato solamente essere in sala professori a bersi un caffè. Stringeva il gesso tra le dita e cercava di non pensarci, si sforzava di ritrovare la concentrazione necessaria per proseguire. Ottavio strappò alcuni fogli del taccuino e se l’infilò nella tasca posteriore dei jeans, voleva appiccicarli alla porta del bagno durante la quinta ora. Quando nessun studente avrebbe potuto vederli. Solo le bidelle durante le pulizie. Magari con la bottiglia del disinfettante in mano, avrebbero buttato una breve occhiata. Prima di pensare alle solite scemenze scritte dai ragazzi e quindi gettarli nel pattume. In quello stesso istante, Ottavio, si sarebbe trovato nascosto con Perrotti e Giustini dietro la palestra per fumarsi la settima sigaretta della sua vita.
(Continua...)
mercoledì 15 ottobre 2008
Non possono fare altrimenti - Parte 1 - (racconto a episodi)
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