Ho comprato un orologio da muro, non è bellissimo ma era in offerta al centro commerciale per dodici euro. La cornice intorno è tutta in plastica, del colore del legno. Se lo guardi sembra in legno, legno finto. Sono di ritorno a casa mentre il sole di questa giornata va giù, guido la stationwagon in mezzo al traffico, sono parte del serpentone che si muove piano sulla statale. Parto e mi fermo, lentamente. Riparto e mi rifermo, lentissimamente. Alla radio fanno solo schifezze e così la spengo. Alzo la frizione, mi muovo di poco e mi viene in mente un film visto la sera precedente. Era un film leggero. Non nella trama ma nei sentimenti. Sospeso in quella profonda leggerezza delle cose pure. Trattava dell’amore. Una storia come ne accadono poche oramai. Per tutta la lunghezza della pellicola nessuno ha mai detto – ti amo -. La fila di auto si ferma d’improvviso. Pigio il pedale del freno e mi blocco d’un colpo. La borsa di nylon che contiene l’orologio vola sul tappetino. Prima sbatte contro il cruscotto e poi vola di sotto, sul tappetino. L’auto che ha frenato dietro di me s’è fermata ad un soffio. E’ occupata da un uomo al volante e una donna al suo fianco, avranno cinquant’anni. Visti nello specchietto retrovisore sembrano abbastanza ciccioni. Guardo giù e vedo l’orologio da muro che spunta fuori per metà dalla borsa di nylon. Spunta quanto basta per notare che il vetro s’è scheggiato. Il vetro, racchiuso in quella cornice di plastica color legno, s’è crepato. Cazzo. Un accidente a questo traffico di merda. Fregato. La merce in offerta non può essere cambiata. Lo diceva un cartello appeso sopra, in alto. Non posso neppure tornare indietro e fingere di averlo trovato così. Penso, magari è solo polvere. Cerco di pulire con i polpastrelli ma non succede niente. La crepa nel vetro se ne resta lì dov’è. Fregato. La colonna di auto si muove ed io le vado dietro. Riparto e mi rifermo, lentissimamente. Il ciccione nello specchietto retrovisore parla concitato, rivolto alla donna alla sua destra. Sbatte le mani sul volante e ha la faccia tutta rossa. Forse è il tramonto. Forse sta per beccarsi un infarto. Estraggo dalla borsa l’intero l’orologio per osservarlo meglio. Ci do ancora un po’ con i polpastrelli ma non c’è niente da fare. Se non si fosse schiantato contro il cruscotto sarebbe stato perfetto. Se non ci fosse quella crepa sarebbe stato un affarone. Ora è da buttare senza poterlo neppure appendere alla parete. Mancavano solo pochi chilometri per arrivare a casa e mi son fregato. L’uomo nello specchietto è imbestialito, diventa scalmanato e molla una sberla alla donna. Lei accusa il colpo ma non ribatte, non parla. Immobile non apre bocca. Lui continua a blaterare qualcosa e poi ancora giù, altra sberla sulla testa. Riprendiamo la marcia e dopo poche decine di metri siamo nuovamente fermi. Ancora fissi in questo epilogo di pomeriggio con il caldo dell’estate. Io nella mia stationwagon con l’aria condizionata accesa e loro dietro persi tra le sue urla e le sue sberle. La donna guarda dritto avanti a sé. L’uomo è sempre più rosso.
La merce in offerta non si cambia. Tutti ripartono e si rifermano, all’infinito. Nessuno può accelerare come vorrebbe. L’orologio è sul sedile con la sua crepa bella in vista, sono stato io a rovinarlo. Sono stato io a romperlo. L’orologio e la donna nell’auto dietro stanno nella medesima posizione. Senza lamentarsi. Entrambi sopportano in silenzio, sperando di essere presto dimenticati.
mercoledì 19 marzo 2008
La merce in offerta sopporta in silenzio
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2 commenti:
Se fossimo in "Alta fedeltà", ti direi che questo racconto fa parte della tua top five, ma devo decidere ancora in che posizione...
Sere
Troppo gentile...
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