
“Dopo un mese di latitanza eccomi di ritorno. Non ho fatto nessun viaggio in capo al mondo (purtroppo),né imprese avventurose, a tenermi lontano da Loudy Chronicles sono stati semplicemente i troppi impegni (nuovi e vecchi) e i pochi momenti liberi.
Spero di non lasciare mai più incustodite queste pagine così a lungo.
Per festeggiare il ritrovato tempo libero vi lascio ad un racconto scritto ormai parecchi anni fa.
Buona lettura.”
Aspettando, lontano ma non troppo
Da quasi un anno abito l'appartamento che un tempo, all'età di diciannove anni, fu occupato da Gerard Segretin. Vivo respirando queste quattro mura in rue Bréguet senza riuscire a togliere un ragno dal buco. Senza quella sola idea capace di scuotermi da un respirare ritmato. L'appartamento di Gerard Segretin e non una sola idea. Non un solo spostamento. Non una sola mutazione. Non voglio interferire con l'ordine individuale che Segretin mise in quest'alloggio nella sua giovane età. Lo abitò nei suoi anni migliori e credo che per doveroso rispetto, non debba mutare nulla di ciò che trovai quando per la prima volta varcai la soglia. Non un solo spostamento. Non un solo soprammobile. Non una sola idea. Neppure il pianoforte a muro che intralcia l'ingresso in bagno. Quello stesso pianoforte che lui era solito suonare per intrattenere gli ospiti o qualche ragazza appena conosciuta nei bar. Un pianoforte divenuto leggenda nei suoi racconti di vita. Un pianoforte che urto immancabilmente con il fianco sinistro ogni notte quando vado a svuotare la vescica in bagno. Naturalmente ho inserito anche oggetti miei nell'appartamento, come lo stereo, un forno microonde ed il frigorifero ancora da pagare, mantenendo però un'attenzione verso l'armonia di fondo per non deturpare lo scenario generale. Bene attendo che tutto ciò non interferisse con gli oggetti già esistenti. Oggetti che oramai considero come compagnia abituale, come quel calendario del sessantasei in cui Segretin aveva cerchiato di rosso il ventitré di ogni mese. E così la sera siedo per circa quaranta minuti davanti la macchina per scrivere. Siedo e osservo la macchina, i suoi tasti, la barra spaziatrice, i nastri d'inchiostro. Osservo e non butto su carta una sola lettera. Parola. Una sola idea. Anima svuotata dallo scrivere, niente più da raccontare, che benedizione! Ogni sera, dopo quei quaranta minuti di contemplazione infilo il cappotto e scendo al bar a bere qualcosa. Non una sola idea ed un solo spostamento di circa centocinquanta metri in direzione di rue Saint Sabin. Stretto nel cappotto proseguo dritto senza fermarmi fino dentro al bar. Scelgo il tavolo che più mi aggrada. Uno diverso ogni giorno e ordino giusto un bicchiere che mi scaldi la memoria prima di tornare sui miei passi e dormire. Solitamente finisco con l'ordinare un amaro ma anche questa non è regola ma semplice casualità di gusti personali. Nessuna donna è mai stata capace di farmi smettere con il fumo. Una specie di sconosciuta forza di volontà che in tutti questi anni mi hanno permesso di andare avanti, sebbene incontrassi minacce di ogni tipo o più ordinariamente altre fumatrici incallite quanto me. Quindi, da esperto fumatore, dopo l'amaro e un paio di tiri ad una Camel e qualche faccia stanca che scorre senza primi piani sul fondo del locale, non mi rimane altro da fare che alzarmi il bavero del cappotto ed incamminarmi. Pago sempre alla consegna del bicchiere sul tavolo, tanto per evitarmi lo sforzo di fermarmi alla cassa quando mi sono già avviato all'uscita. Una volta ritto non devo fare altro che procedere sino in strada e nulla più. Quattro passi fatti sul selciato umido di una città autunnale che mi ha permesso d'alloggiare nell'appartamento che un tempo fu di Gerard Segretin, scegliendo di non modificarne niente, non una sola idea, non un solo spostamento. Questo come filosofia, in parte volontaria ed in parte involontaria, del mio esistere a contatto col suo genio emigrato all'estero troppo presto, se non per raccogliere qualche spicciolo dell'immenso successo che l'attendeva. Qualche spicciolo, come quelli che lascio alla donna accampata con coperte e cartoni sotto il portone della palazzina dove abito. Il mio appartamento visto alle ventitré e quaranta di un normale martedì sera non dice molto, forse proprio nulla. Tra poco varcherò la soglia e sarò pronto al sonno. Lasciando la macchina da scrivere, ancora banchetto immacolato, sul tavolo con fogli bianchi alla griglia come contorno e niente dolce. Troppi pasti e poche idee e nessun spostamento.
Non una sola sorpresa a concedermi il brivido dell'entrata in scena giunto in soggiorno. Ogni cosa così come l'avevo lasciata, anche il dizionario dei sinonimi e contrari abbandonato apposta in bilico accanto il termosifone. Non è caduto. Nulla è mutato. Mi dirigo verso la macchina da scrivere. Devo riporre il foglio. Devo ordinare gli oggetti prima di concedermi al sonno ma ecco che mi fermo e rifletto. Concedo altri minuti al mio diletto. Alla mia passione. Alle mie parole mai scritte. Siedo ed aspetto. Attendo qualche attimo. Solamente qualche minuto che dopo poco mi accorgo essere divenuti trenta. Trenta minuti in cui sto scrivendo cose che non sento né penso. La mia anima m'ha fregato. Non una sola idea ma nel frattempo scrivo e non mi fermo. Scrivo e non penso ad altro che pigiare tasti ricordando un lontano pomeriggio di settembre in cui feci entrare un piccolo gatto nero nella casa della mia vicina allergica. Ricordo quell'aquilone che costruito in troppa fretta non riuscì mai a decollare, neppure nelle mani esperte di mio nonno. Ricordo una ragazza incontrata in estate, mentre attendevo cosa non so, bella a tal punto da trascorrerci un intero mese in giro per la Riviera, albergo dopo albergo, un sacco di cose da fare insieme e poi gli addii. Ricordo il primo suono di campanella dei miei sei anni elementari oppure quel disco mai trovato e tanto cercato di cui conoscevo il titolo ma non l'autore. Ricordo il sapore dello zabaione a merenda sbattuto forte e velocemente nella ciotola. I marines intorno la pasta sfoglia. Il vecchio che annacquava le piante e la sua amica di sotto che lo amava. Ricordo la mia ragazza, quella di sempre, la sola. Per lei non ho mai suonato il pianoforte, non ho mai posseduto la stoffa di Segretin. Ricordo e scrivo e non una sola idea. Come quelle storie che non hanno un vero inizio ed è impossibile trovarne una fine decente. Storie tramandate di bocca in bocca. Narrate prima che qualcuno si possa svegliare e perderle così, per sempre, nella memoria vigile che non accompagna i sognatori di parole. Ritto con la schiena sulla sedia scomoda non c'è intenzione di fermarsi nelle mani, nelle dita ed allora non posso che proseguire in quella giornata dove decisi di scegliere questo luogo per vivere. Lontano dalla mia vita precedente ma non troppo, dalla ragazza di sempre ma non troppo, perduta anni fa ormai, perché le distanze anche se prese con amore sono dure. Il passato non si può accartocciare e gettare nel cestino e come questo foglio di carta su cui batto i tasti non sarà mai cancellato, perché adesso è il momento di creare qualcosa che prima non aveva abitato in questa casa. Forse si tratta di un'idea oppure di altro, che finalmente fuoriesce dagli oggetti che mi hanno accompagnato nelle giornate. Questo tavolo, questa macchina per scrivere, quel frigorifero, gli occhiali che non ho mai posato sul naso, un solo bicchiere nel lavello. Le pagine una di seguito all'altra. Senza interruzione. Parole e parole e parole. Giorni cerchiati sul calendario. Ogni cosa nel suo luogo adatto. Dove dovrebbero sempre essere stati. Forse un'idea. Non un solo spostamento. Onore a Gerard Segretin!
mercoledì 23 gennaio 2008
Aspettando, lontano ma non troppo
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7 commenti:
Oggi, come dire, sto passando troppo tempo con gli occhi fissi sulla barra spaziatrice. Mi sono servito del tuo racconto, leggendolo, per non perdere altro tempo. Grazie.
Sei tornato!!
*___*
E meno male!!
Giulia
- Felice Diego di averti intrattenuto qualche minuto con questa piccolo racconto. Anche se non è detto che fissare la barra spaziatrice significhi "perdere tempo". In fondo Monicelli quando fissa immobile fuori dalla finestra e solito dire a chi lo disturba "lasciami in pace, sto lavorando".
- Ciao Giulia, sì sono tornato. E vedo con piacere che ancora frequenti il blog. Thanks.
Il tuo racconto e bellissimo ma ce un particolare importante, l'appartamento si trovavo Boulevard Richard Lenoir; per ulteriore informazioni:gerard.s@alice.it Gerard Segretin
Gerard Segretin è proprio lei? In carne e ossa?
Spero non si sia offeso se ho utilizzato alcuni suoi racconti di vita per dare forma ad un mio racconto. Questi aneddoti ce li raccontò proprio lei alcuni anni fa mentre, io e un amico, ammiravamo le sue tele.
Dipinge ancora?
Dove posso trovare i suoi quadri?
SI Caro Luca, sono proprio io, Gerard Segretin non ho mai smesso di dipingere, saro martedi sera 22 Luglio a bagnacallo (RA) in piazza del Comune dalle ore 19 alle 23,30, altrimento mi puo contattare su Skype, il mio nome Skype e: Chittaramen, mi piacerei però incontrarti di persone, scusa per la grammatica.Gerard
Keep up the good work.
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