Non molto tempo fa sognavo che le persone mi vedessero per quello che sono, e per un breve attimo il mondo ha davvero visto il mio lavoro e qualcuno si è persino rallegrato, ma pare che nessuno pianga il cattivo.
Scusa James.
Penso che Harry lo sapesse dall'inizio, per questo mi diede un codice che gli costò la vita ma mi ha tenuto vivo all'interno di prove incredibili.
Il codice ora è mio, e mio soltanto. Così come le relazioni che coltivo, relazioni che non sono più solo travestimenti, ho bisogno di loro, anche se mi rendono vulnerabile.
Mio padre potrebbe non approvare, ma non sono più il suo discepolo. Sono il maestro ora. Un'idea trascesa in vita.
Perciò questa è la mia nuova strada, che è molto più simile alla vecchia solo che è mia. Per continuare su questa strada devo lavorare sodo, esplorare nuovi rituali, evolvere.
Sono Cattivo? Sono Buono?
Ho smesso di farmi queste domande poiché non ho risposte.
Qualcuno le ha?
Dexter Morgan
giovedì 20 dicembre 2007
Una serie Tv da non perdere
mercoledì 19 dicembre 2007
Amanda
Vai a me che sospiro e timbro il cartellino alle 8.17 del mattino. Vai all'ambulanza che corre a sirene spiegate sull'altro lato della tangenziale. Vai ad Alice di quattro anni che tutte le mattine incontro nell'ascensore, quando i genitori la portano dai nonni prima di andare al lavoro. Vai ad un ritmo sudamericano, caldo e accogliente. Vai ad una manciata di popcorn caduti sui gradini del cinema. Vai a me che sospiro e timbro il cartellino alle 18.00 del pomeriggio. Vai al cane che fugge sempre dal serraglio. Vai alla birra bevuta prima del concerto. Vai ai notiziari ascoltati alla radio e alla voce fasulla degli speaker. Vai ai terni all'otto. Vai alla corde di chitarra. Vai a me a disagio nella sala d'aspetto… qualsiasi sala d'aspetto. Vai alle 23.23 di ogni maledetta sera, quando niente può accadere. Vai alle urla dell'inquilina del terzo piano che litiga col marito e Carlo Conti sorride nel video. Vai a tutti quelli che corrono pigiando il piede sull'acceleratore. Vai al pane caldo e fumante. Vai ai sorrisi improvvisi sul volto di chi vuoi bene. Vai ai varietà del sabato sera, lustrini e smorfie. Vai alle parabole zen. Vai a quelli che non accettano le carte di credito. Vai alle signorine che si offrono per poco, offrono tutto a poco. Vai al tuo film preferito ma che non vuoi rivedere. Vai a me che leggo un numero di telefono in un cesso pubblico. Vai a tutte le finestre socchiuse. Vai a tutte le sigarette interrotte. Vai a chi fa il turno di notte. Vai a chi aspetta la neve. Vai a chi vive un solo giorno all'anno. Vai a chi si addormenta col sorriso. Vai alla tua band preferita che non pubblica più album. Vai alla voglia colpevole di cioccolato. Vai alle gomme che scoppiano in tangenziale e l'auto davanti ti viene incontro. Torna a quelle sirene d'ambulanza che ascoltavi prima, qualcuno non farà in tempo a sentirle avvicinare. Vai a te che timbri il cartellino alle 8.17 e quelle sirene non erano affar tuo. Vai a te che puoi ancora amare e odiare tutte le sensazioni del mondo. Vai a te che ringrazi chissà chi per trovarti in una sala d’attesa completamente deserta, poi lentamente rilassi le gambe, incroci le braccia sul petto e dici buonanotte.
sabato 1 dicembre 2007
Dimenticavo...mi chiamo Ottavio
Quando avevo sette anni, ai tempi della seconda elementare, trascorrevo gran parte dei miei pomeriggi in cucina. Lì facevo i compiti, posteggiavo le automobiline davanti i quaderni o giocavo con i soldatini. A volte aspettavo che la nonna lasciasse libera la sua metà del tavolo, dal tagliere e dalla sfoglia fatta in casa, per poterla invadere con i corpi speciali dei marines. Nei pomeriggi di primavera, nei pomeriggi d'estate ed anche nella prima fetta d'autunno, la porta finestra che conduceva al balcone restava aperta ed io potevo osservare fuori. Gran passione osservare fuori il palazzo che s'ergeva al di là del cortile. Rimanevo seduto al mio posto con i gomiti sul tavolo ed invece di leggere il sussidiario mi perdevo con gli occhi in quella vita varia e colorata, tutta a disposizione, tutta a poche decine di metri. Vita composta da famiglie incasellate una sopra l'altra, su sino al cielo.
Al terzo piano, esattamente davanti la mia cucina, abitava un vecchio che avrà avuto si e no sessantacinque anni, anche se ai miei occhi appariva tremendamente decrepito. Vestiva sempre con la giacca, anche in casa, anche in estate. Osservandolo notai che ogni giorno il suo compito primario del pomeriggio era uscire sul proprio balcone per innaffiare ed inumidire con uno spruzzino la sua edera rampicante coltivata dentro un vaso di cemento. Non sgarrava d'un minuto. Al secondo piano invece, spostata più verso sinistra, abitava una signora sui sessanta un po' cicciona. Più che cicciona teneva un sedere bello grosso ed un'acconciatura tutta cotonata rosso fuoco. Ogni giorno il compito primario del pomeriggio era uscire sul proprio balcone e lamentarsi di quel dannato spruzzino che bagnava le sue camicette appese ad asciugare. Lo beccava sempre sul fatto quel poveretto. Il vecchio insisteva nel sostenere l'impossibilità che l'acqua raggiungesse le camicette della vicina e lei di tutta risposta alzava la voce e non la finiva con i piagnistei. Io me ne restavo anche decine di minuti a fissarli dalla mia sedia. I miei genitori erano al lavoro. La nonna, quando non faceva la sfoglia, se ne stava a ricamare qualcosa in camera da letto ed io potevo godermi quella scena in pace. Potevo osservare la palazzina davanti vivere e crescere e cambiare e ripetersi. Come le stagioni.
Durante l'estate ci furono i mondiali di calcio in Spagna, quelli famosi. E spesso venne a farci visita un nostro vicino di pianerottolo, signore anziano (età sempre fornita dalla mia ottica di allora) che tutti chiamavano il Professore. Sembrava che conoscesse bene tutto il vicinato, anzi tutto il quartiere, per via dei numerosi anni che aveva abitato quel luogo. Tuttavia rimase sorpreso quando mio padre gli raccontò di quei battibecchi che avvenivano di fronte a noi. Commentavano tutti insieme gli adulti della casa ed insieme se la ridevano come se la cosa fosse uno scherzo. Dicevano "Ormai non son più buoni di farsi la corte nei modi normali" oppure "A furia di farfugliare insulti si saranno innamorati". Non ci capivo niente. Pensavo che il troppo calcio e il troppo caldo di quei giorni dell'ottantadue, a quei grandi, gli avesse cotto le testa. Intanto persistevo nel farcire le mie giornate di automobiline, soldatini e sbirciate nella facciata che mi fronteggiava. I compiti non c'erano in estate e la nonna non faceva che sonnecchiare tutto il giorno. Di fratelli non ne avevo, o quasi, insomma per farla breve non avevo fatto in tempo a conoscerlo, quindi disponevo del tempo che volevo, prima che si facessero le cinque per poter andare giù in cortile e prendere la bici. Osservavo. Grande passione per me osservare. Un pomeriggio salirono da me le figlie di Massimo il pugile per giocare insieme. Abitavano due piano sotto, al piano terra. Erano due gemelle e si chiamavano Giada e Bruna anche se quand'erano insieme ognuna voleva essere chiamata col nome dell'altra, oppure entrambe Rebecca. I condomini ci uscivano di testa quando le incontravano nell'ingresso e toccava salutarle con i nomi giusti, oppure i nomi che le piccole desideravano sentirsi rivolgere. Per quanto mi riguarda me la cavavo bene in questo, facevo "Ohh!" e loro si voltavano. Quel giorno che vennero a giocare in cucina dissero subito di non volerne sapere di soldati o automobiline. Da parte mia detestavo le bambole, quindi ce ne restammo tutto il tempo a guardare le finestre di fronte. Naturalmente l'ometto vecchio uscì come sua abitudine per innaffiare ed inumidire la sua edera e dall'altra parte la signora cotonata di rosso fuoco scattò come un orologio per fulminarlo sul fatto. Assistemmo a tutta la scena. La solita per la verità ai miei occhi, ma tremendamente nuova e affascinante per le sorelle Rebecca. Tutta una novità non potendo vedere niente dal loro appartamento. Rimanemmo fermi e in silenzio. Assorti coi gomiti poggiati sopra la tovaglia di plastica sino a quando non tornò l'immobilità che di norma contorna le facciate dei palazzi in estate. Quindi Giada (o almeno così avevo dedotto dovesse chiamarsi) disse "E' il loro modo di fare all'amore".
Sua sorella acconsentì con la testa ed io, come al solito, non capii cosa intendessero.
Arrivò l'autunno, ricominciò la scuola, poi l'inverno, le giornate divennero brevi. I vetri sempre appannati dall'umidità e dalla nebbia. Un sacco di notte anche di giorno. Non vidi mai cosa accadde in quei mesi.
Arrivò la primavera e nuovamente la finestra aperta a far entrare vite altrui. Scoprii che qualcosa era mutato. Una pace inadatta al palcoscenico che era stato sino ad allora per me quel cortile. Non mi tornavano i conti. Non capivo. Per giorni mi posi domande pensando a mille risposte diverse che avrebbero dato una ragione all'assenza ingiustificata dei due vecchi dai loro balconi. Ci pensò mia nonna, stendendo la sfoglia in un pomeriggio di maggio, a fare luce sul mistero. Mi disse che Ornella (solo allora seppi il nome della signora cotonata rosso fuoco) era in ospedale ed era malata. Me lo disse marcando con la voce ogni passata del matterello sulla pasta all'uovo. Forse per la fatica di stendere bene la sfoglia, forse con l'intenzione di farmi capire che dovevo abituarmi a non vederla più sul balcone. Un ricordo trapassato con sensazioni di perdita senza possibilità di rimedio. Ed in effetti non la vidi mai più. Morì due mesi dopo al policlinico senza rimettere piede in casa.
Da allora mi sembrò che avessero tolto qualcosa dai miei giorni. Nascosto il gioco cui tenevo di più. Forse non nascosto ma rubato per sempre. Lontano dal tavolo in cucina e dalla mia fantasia. Mio padre e la nonna andarono al funerale. Bella commemorazione, così dissero.
Tuttavia non mi diedi per vinto e continuai a trascorrere le mie giornate davanti la finestra. Facevo un po' di compiti e guardavo l'edera muoversi nel vento della primavera. Leggevo qualche riga dal sussidiario e fissavo sempre quell'edera restare immobile nella calura estiva. Poi divenire gialla in agosto, seccarsi in settembre e ridursi a rami spogli e nudi nelle prime giornate d'ottobre. Il vecchio aveva smesso di buttarle addosso tutta quell'acqua e alla fine s'era inesorabilmente seccata. L'ometto sempre in giacca, anche d'estate, non si fece quasi più vedere sul balcone. Solamente di rado lo colsi, intorno alle quattro, concedersi un po' d'aria.
Abbandonavo momentaneamente i miei soldati al fronte e osservavo il vecchio poggiare i gomiti al parapetto e guardare in direzione del mio palazzo. Dritto nella mia cucina. Non capii mai se potesse vedermi mentre me ne stavo seduto con le gambe corte a penzolare sotto la sedia. Anzi, se ben ricordo qualcuno mi aveva detto che di certo quel vecchio non riusciva a vedere un bel niente senza occhiali. Fissava il vuoto…forse. Oppure pensava ai fatti suoi, chissà. Io me ne restavo lì, seduto a fargli compagnia, senza dirci una parola. E questo era tutto.