
Era una delle sue cose preferite, ascoltare Hey Jude, e così spesso finiva per chiedermi di poter mettere il Cd nello stereo. Io acconsentivo senza dispiacere, era bello lasciarci trasportare dalle note. A volte il disco girava anche intere mezz'ore per casa. Si diffondeva dalla sua camera sino in cucina. Dalla sua camera sino al balcone. S'espandeva e prendeva significato mentre lei, immobile, se ne stava lì. Stesa sul letto, sdraiata sul fianco a lisciarsi i capelli e le gambe nude raccolte dietro la schiena. Intere mezz'ore. Fissava il muro. Guardava i miei occhi, mi sorrideva. Non parlavamo mai molto.
In seguito cominciammo anche ad andare per negozi e mercatini dell'usato. Iniziammo a collezionare versioni differenti,
alcune riarrangiate, altre cantate da artisti diversi. Una marea di vinili e Cd. Lo stereo non faceva che suonare che la stessa cosa detta in mille modi diversi. Mi chiedeva il permesso, io accendevo lo stereo ed ascoltavamo ogni secondo insieme, mentre lei se ne stava lì con i capelli lunghi e lisci, occhi socchiusi e gambe raccolte. Anche intere mezz'ore. Un giorno di giugno, accadde che sulla versione strumentale della Mutato Musika Orchestra si alzò di scatto a sedere sul letto. Mi guardò dal profondo dei suoi occhi verdi, come avrebbe osservato un fatto incredibile e mi disse "Papà, mi sono un po' stancata" e corse di sotto in cortile a giocare. Rimasi sino alla fine del pezzo nella sua camera ad ascoltare, nella sua camera a guardare accanto lo stereo tutti quei vinili, tutti quei Cd riposti in ordine. Pensai "Non esiste una canzone talmente bella per poter calzare le scarpe di una bambina".
domenica 28 ottobre 2007
Quelle mezz'ore
lunedì 22 ottobre 2007
Invincibili

Era una fabbrica che lavorava la gomma. Produceva guarnizioni per vetri d’auto. Io stavo ad un macchinario che tranciava e sagomava strisce di gomma scura che sarebbero finite nelle portiere. Per non far entrare la pioggia. Così ho resistito per tre anni e cinque mesi della mia vita. Nove ore al giorno. Sei giorni la settimana. Un’ora e mezza di pausa per il pranzo. Al suono di una specie di sirena tutti gli operai staccavano dalle macchine e s’incamminavano in direzione della mensa che stava all’inizio della strada. Io con loro. Un sacco di manovalanza chinata su piatti di pasta scotta. Gente intenta a far tintinnare posate, bere birra mezza calda, ingozzarsi gli stomaci, parlare di calcio. Quando faceva bel tempo mi spicciavo a mangiare e trascorrevo il resto della pausa in cortile a fumare sigarette. Non perché fossi un asociale, semplicemente preferivo stare all’aria aperta. Il cortile era meglio per me, un grande spiazzo di terra e ghiaia. A vederlo la prima volta potevi dire che era piatto. Perché in effetti era quella la prima parola che ti usciva di bocca nel guardarlo. Piatto. Solo ghiaia e pochi steli d’erba cresciuti qua e là senza ordine preciso. L’ordine in cui dispone le cose il vento. Al di là del cortile costruivano nuovi palazzi. Una gran quantità di condomini che si ergevano tutt’intorno per far fronte all’esodo delle campagne. Pareva che tutti desiderassero arrivare in città per trovare lavoro. Nel frattempo gli unici a lavorare erano le imprese edili della zona, un sacco di muratori che posizionavano mattoni e travi d’acciaio all’inseguimento di spazio verso l’alto. Il maggior numero possibile di metri quadrati da usufruire prima di arrivare a toccare il cielo. Solamente dietro l’edificio della mensa era sopravvissuto un po’ di terreno libero. Un campo di erbacce incolte circondato da una rete metallica. Il campo e il cortile sembravano le uniche cose rimaste inchiodate a terra mentre tutto il resto aveva spiccato il balzo. Gli scalini dove sedevo a fumare erano proprio ad un passo dalla rete metallica che separava le due proprietà. Fu esattamente lì che lo vidi per la prima volta. Un paio di occhi. Due pupille che stavano a guardarmi. Fumavo e loro mi guardavano. Studiavo il lavoro dei muratori sulle impalcature e loro mi guardavano. Anche quando mi grattavo dentro il naso loro erano lì inchiodati su di me. Occhi di un cane randagio finito in quel luogo per chissà quali ragioni. I primi giorni dal suo arrivo stava messo parecchio male, spelacchiato e magro da impressionare.
“Deve avere nel sangue qualcosa del cane da caccia” disse Antonio, uno dei cuochi della mensa, mentre usciva dal retro e gli tirava un tozzo di pane. Il cane lo mangiò senza masticare. “Tu che dici? Non pare un cane da caccia?”.
Forse lo era. Forse no. Non potevo dirlo con certezza. Di sicuro non era al massimo della sua forma. Neppure camminava. Se ne stava lì a guardarti, movendo solo la testa e questo era tutto.
Giorno dopo giorno cominciai a vedere Antonio gettare di là dalla rete alcuni avanzi, sempre più grandi, quasi si affezionasse a quell’animale. Gli dava da mangiare mentre io me ne stavo a fumare sugli scalini. Il cane mangiava. Eccome se mangiava, poi ogni tanto si fermava, alzava il muso, mi fissava e poi riprendeva a ficcare il naso tra i suoi avanzi. Aveva il pelo sporco, il naso infangato e mangiava di gusto quel che gli passavano al di là della rete. Ad ogni pausa pranzo ci ritrovavamo allo stesso posto. Io seduto sui gradini, sigaretta tra le dita e lui di là. Teneva tutto sotto controllo. Con il passare del tempo cominciò a stare meglio. Presi anch’io a tirargli qualche tozzo di pane, non toccavano neppure terra. Continuava a mangiare. Continuava a fissarti. Ed io di qua dalla rete a fargli compagnia sino all’ora di rientrare. Così avveniva per un’ora e mezza tutti i giorni. Sei giorni la settimana. Poi al suono di una specie di sirena tutti gli operai staccavano i piedi da sotto i tavoli, abbandonavano i piatti e la birra mezza calda e io insieme a loro c’incamminavamo verso la fabbrica.
Passate tre settimane il cane cominciò a stare ritto su quelle gambe storte. La cosa che mi piaceva di lui era che non faceva mai chiasso. Se avevi del cibo in mano, lui non abbaiava mai perché tu glielo gettassi. Aspettava. Sapeva aspettare. Scodinzolava e aspettava. Quando muoveva la coda gli si vedevano le costole e il culo sballottava a destra e a sinistra. Era proprio un bell’animale. Brutto da far paura ma bello. Bello dentro. Senza accorgermene cominciavo a volergli bene. Fumavo una sigaretta e lui accucciato al di là di quella rete mi fissava. Per otto mesi ci siamo guardati in faccia. Muso contro faccia. Stessa cosa. Chissà poi che avevamo di tanto interessante da dirci con gli occhi. A guardarci bene eravamo quanto di più lontano c’era dall’essere invincibili, ma a noi non fregava. Avevamo fatto le nostre scelte di sopravvivenza.
Ad agosto la fabbrica chiuse per una settimana. Ferie forzate. Non avendo soldi per partire in villeggiatura rimasi in città. Non che ci fosse molto da fare ma almeno cercai di riposare un po’. Mi alzavo e prendevo in mano il giornale, quello del giorno prima e leggevo. Leggevo a caso quel che mi capitava sotto gli occhi. Titoli. Trafiletti. Articoli. Cronaca. Calcio mercato anche se di calcio non ci capivo un cazzo. Al pomeriggio magari uscivo e passeggiavo un po’. Passeggiavo e guardavo la gente passeggiare. Per dirla tutta, potevo tornare a casa ed avere sulla punta delle dita delle mani il numero delle persone incontrate. Nessuno in giro per il centro in agosto. Una mattina, credo fosse di mercoledì, mi alzai da letto e guardai fuori dalla finestra. La città bolliva. La calura s’infrangeva tra i tetti dei palazzi abitati e quelli ancora in costruzione. Mi accesi una sigaretta, la prima dal suono della sveglia e telefonai all’associazione per la protezione dei cani abbandonati. Una voce registrata nella segreteria del centralino disse che l’ufficio avrebbe riaperto dopo ferragosto. Niente da fare. Riagganciai e le parabole televisive sopra i tetti non mi erano mai sembrate così tante, dovevano superare il migliaio.
Terminate le ferie, il lunedì seguente ricominciò tutto dal principio. Identico. Ritrovai il macchinario che tranciava e sagomava strisce di gomma scura che sarebbero finite nelle portiere. Per non far entrare la pioggia. Ritrovai i soliti compagni di lavoro. Qualcuno era stato al mare con la famiglia e nessuno era particolarmente abbronzato. A mezzogiorno, al suono di una specie di sirena, tutti gli operai staccarono dalle macchine e s’incamminarono, io con loro, in direzione della mensa che stava all’inizio della strada. Identico. Tranne che al mio arrivo al banco della verdura lessata Antonio mi disse di non trovare più il cane.
Quando arrivai alla mensa, quel giorno, non c’era nessuno al di là della rete metallica, nel campo incolto. Antonio aveva anche preparato un pappone speciale tutto per lui e quel lui non s’era fatto trovare. Non ci aveva aspettato. Sparito. Aspettammo i giorni seguenti per capire che fosse accaduto. Nulla. Volatilizzato. Forse aveva recuperato le forze ed era tornato a casa. Forse l’aveva adottato un muratore che lavorava nei palazzi vicini, mentre noi stavamo a guardare la tivù cocendo nei nostri soggiorni. Forse l’accalappia cani. Forse aveva proseguito per la sua strada. Senza salutare. Nei giorni seguenti pensai qualche volta al suo muso. Il suo muso e la mia faccia che si guardavano. Quanto di più lontano c’era dall’essere invincibili. Pensai alla vita, alle scelte. Pensai a lui e alla sua scelta. Partire senza salutare. Che stronzo. Tre settimane dopo, diciotto mense dopo, mi licenziai dalla fabbrica della gomma per non tornarci mai più.
venerdì 12 ottobre 2007
Secondo appuntamento con CineWinter

“Mi chiamo Dito Montiel, e in questo film lascerò tutti” parte così questa folgorante opera prima dello scrittore Dito Montiel, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico.
Così Montiel, prima scrittore poi regista, da vita ad una storia intensa e cruda, fatta di ragazzi allo sbando segregati ad Astoria (Queens) nel 1986. Quartiere destinato in quegli anni a fare da ricettacolo a portoricani, italiani, greci.
Dito vive con i suoi genitori e trascorre la giornata a girovagare per il quartiere insieme agli amici, fra noia, risse, droga e microcriminalità. Ben presto il quartiere comincerà ad andare stretto a Dito, troppo stretto, tanto da portarlo lontano, in California, per tornare solamente diciannove anni dopo. Tornare sui propri passi, su quegli stessi marciapiedi e appartamenti a ritrovare tutti coloro che aveva lasciato indietro.
Film che parte da uno spaccato di società di quegli anni per addentrarsi sapientemente nelle relazioni umani, relazioni tra Dito e suo padre, tra Dito e gli amici, tra il padre di Dito e Antonio (migliore amico di Dito) che viene accolto in famiglia come un secondo figlio.
Attraverso un montaggio a tratti particolareggiato, una fotografia temporale, una buona riuscita scenografica nel far rivivere il quartiere anni ’80, questa pellicola spietata diviene maestra nell’esplorare gli infiniti angoli dell’amicizia e dell’amore. Sentimenti che i protagonisti avvertono incondizionatamente nei confronti di coloro che sentono vicini.
Scoperto da Robert Downey, Jr. in un reading californiano delle sue memorie di quartiere, l'ha convinto a portare sul set proprio quei ricordi. Il film, prodotto da Sting e da sua moglie Trudie Styler, è stato premiato per la regia all'ultimo Sundance Film Festival.
Secondo appuntamento con il CineWinter e già ci siamo trovati di fronte ad un'opera che ha diviso i presenti. Tra coloro che ne sono rimasti entusiasti, altri meno, e chi ancora non è riuscito a focalizzare il proprio giudizio. Questa è cosa buona