
Ormai era divenuta quasi una frase di rito, un’abitudine che sanciva la fine di agosto. Ogni anno sul finire della stagione marittima partiva l’ormai affezionato programma homevideo invernale. Si facevano progetti e si selezionavano Dvd pescando dalla propria cinematografia preferita. Stesi sotto il sole elencavamo quali sarebbero stati i film che ci saremmo goduti in compagnia nell’inverno a venire. Tanti progetti mai realizzati. Acrobazie mentali nel tenere a mente un sacco di titoli che poi svanivano col passare del caldo estivo. Quest’anno le cose andranno diversamente, merito mio e di Kazumakino che tenendoci saldamente strette quell’idee estive non abbiamo permesso che svanissero con l’arrivo della pioggia. Il cinema invernale ci sarà e si chiamerà per l’appunto CineWinter, (con tanto di locandina realizzata dalla nostra Kazu).
Apriremo la stagione con Harold and Maude, omaggiando così questa dolce pellicola che tanto ci ha emozionato in passato. Se avete ricevuto l’invito via mail vi aspettiamo per la serata della premiere il 4 ottobre, se non l’avete ricevuta… forse non eravate stesi in spiaggia sotto il sole con me e Kazumakino.
venerdì 28 settembre 2007
CineWinter ZeroSetteZeroOtto
lunedì 24 settembre 2007
La ragazza con i capelli strani

di David Foster Wallace.
In questo volume è presente uno dei più bei racconti che abbia mai letto Piccoli animali senza espressione. Senza nulla togliere agli altri, nei quali scopriamo ad esempio: un giovane figlio di buona famiglia ad un concerto intrattenersi in assurdi dialoghi con la sua compagnia di tossici punk dai nomi improponibili (per l’appunto La ragazza con i capelli strani racconto che da il titolo al libro), oppure l'assistente di Lyndon Johnson seguire il presidente degli Usa nella maggior parte della sua vita mostrandolo in tutta la sua intimità sino a scovarlo a letto con un ragazzo di colore (Lyndon)), o di un volto noto dello spettacolo americano che decide di mettersi in gioco partecipando all'oramai celeberrimo David Letterman Show (La mia apparizione in TV). In Piccoli animali senza espressione emerge senza ombra di dubbio tutto la bravura di un autore che già negli anni ’90 veniva considerato uno dei più grandi talenti della nuova scena letteraria americana. Quel Wallace, capace di destreggiarsi in trame surreali rendendo tutto così maledettamente concreto e palpabile, dimostrando di essere un gran conoscitore del proprio Paese, nel bene e nel male, e di avere nei suoi confronti una sorta di disincantata malinconia.
Sette racconti che possono benissimo essere letti per conto proprio perché di vita propria vivono e si esprimono. Raffigurazioni di quella che oramai è l'America dei giorni nostri. Scritti con voluta ironia e sapiente misura del dolore, Wallace qui ci dimostra, come si possano concepire piccoli gioielli di narrativa.
venerdì 14 settembre 2007
285.8 x 177.8 mm

Robert Frank fotografa una ragazzina ferma davanti la vetrina di Income Tax nell’estate del ‘58. Indossa pantaloni scuri e una camicetta nera, braccia conserte, capelli chiari sciolti sulle spalle. Il capo rivolto a sinistra e lo sguardo privo di stupore di chi osserva qualcosa non molto lontano. Distaccata. Libera. Sicura di sé nel suo poggiare il fianco sinistro al parapetto che divide il marciapiede dal seminterrato. Si scorge la scritta Import Ceramic. Alle sue spalle un atrio scuro, un muro scuro e poi…poi quel silenzio. Il silenzio di una città mai ferma. In quello scatto non c’è altro. Robert Frank fotografa persone attraverso il vetro di un bus mentre scende sulla Fifth Avenue. Gente sui marciapiedi, gente che traversa su strisce pedonali, volti sulla soglia di un alimentari. Si concentra su attimi di vita quotidiana e poi scatta. Si concentra e scatta e l’immagine di quella ragazzina la ritroviamo quarantasei anni dopo al Tate Modern nella sala otto, il corridoio in fondo, appena svolti l’angolo. In quella foto non c’è altro: la camicetta nera, i capelli chiari sciolti sulle spalle. Il portamento distaccato, libero. Stando attenti si può percepire ancora quel silenzio fuori posto, stando attenti viene da sorridere davanti alla forza di quello sguardo. Non invecchiato di un solo istante.
lunedì 10 settembre 2007
Io non sono qui

Domenica sera sul finire dell’estate. Le feste in spiaggia lanciano gli ultimi segnali. Breve sopraluogo, il tempo di una birra e alcuni saluti. Il tempo di decidere cosa fare ed eccomi catapultato con gli amici nella sala di un cinema. Si spengono le luci e dinnanzi a noi sei persone. O meglio sei personaggi: il ragazzino di colore vagabondo, il poeta, il cantante, il predicatore, la star ed il vecchio stanco fuorilegge. Sei personaggi che nell’insieme cercano di descriverne uno solo, un uomo e le sue molteplici ombreggiature. Bob Dylan.
Il menestrello di Duluth visto attraverso sei diversi personaggi che costituiscono sei diversi momenti della sua vita. Così il regista Todd Haynes ha creato il film “Io non sono qui”, trascendendo i consueti canoni dei biopic, modellando una pellicola inconsueta che come filo conduttore ha Arthur, il Dylan poeta, ma anche il Rimbeaud che fu inspiratore di Dylan nel suo periodo folk. Arthur su sfondo bianco narra, si confida, o meglio confessa la sua storia ad un agente che lo interroga. Poi c’è il ragazzino di colore che vagabonda saltando sui treni merci, facendosi chiamare Woodie Guthrie, come l’omonimo cantante folk, un Dylan degli inizi che cerca di trovare la via giusta nel cantare il suo tempo, il suo mondo. Poi è la volta di Jack Rollin interpretato da Christian Bale, cantante folk che attraversa una profonda svolta religiosa (il Dylan tra il ’70 e ’80) diventando predicatore sullo sfondo di una America in piena lotta per i diritti civili. Heath Ledger è la star, un attore di Hollywood che rappresenta il Dylan visto nel privato, il suo rapporto con la moglie Claire, la sua visione della guerra del Vietnam. Poi si torna indietro, agli anni della svolta rock di Dylan, e qui una stupefacente Cate Blanchett da vita al lato androgino del cantante. Contestato, definito traditore, dai fan della prima ora che non gli perdonano d’aver lasciato le radici del folk. Infine l’ultimo Dylan, personaggio visionario partorito dalla fusione di Dylan con Billy the Kid, il pistolero cui Dylan intitolò il disco “Pat Garrett e Billy the Kid”. Forse il lato più difficile da decifrare dell’intera pellicola. Richard Gere, che interpreta questo Billy, vive a cavallo tra una cittadina western d’inizio novecento e il mondo come lo conosciamo noi oggi.
In complesso “Io non sono qui” non è di facile fruizione, privo di una linea narrativa ben definita tende a lasciare spesso lo spettatore smarrito, alla ricerca di un appiglio per riconquistare punti temporali o logici a lui famigliari. Film di pura inspirazione e di non poche difficoltà interpretative. Non la storia di un uomo ma scorci sulle sue svariate facce, labirinto complesso di una personalità che risponde al nome di Bob Dylan.
martedì 4 settembre 2007
Vista da qui

Uscivamo insieme da circa nove settimane quando lei una sera mi dice “Seguimi”.
Mi porta oltre la periferia di Ravenna, in quella strada che scorre tra le industrie chimiche, giù sino al mare. Gran fissa la sua per le industrie chimiche e per i gas che rilasciano nell’aria. Guida con il volto in direzione alla strada, pare quasi sorridere. Osservo le sue mani stringere il volante e sinceramente non capisco perché stiamo percorrendo tutto quest’asfalto sbriciolato. Parcheggiamo in prossimità dei magazzini portuali e mi fa cenno di andarle dietro per un sentiero di terra battuta ed erbacce. Di giorno è possibile vedere i grandi numeri rossi capeggiare sulle facciate degli hangar per la raccolta delle merci, ma adesso è buio pesto e non ricordo di essere mai stato qui. Mi fa strada sino ad un ponte di legno che traversa un canale dalla superficie immobile. Ci troviamo vicino alla zona palustre e l’acqua appare densa e nera quanto la notte.
“Eccoci arrivati” mi dice facendo segno alle mie spalle “la vedi?”.
Io guardo.
“Quella è una delle peggiori di tutte” mi spiega “il veleno di Ravenna”.
Io ascolto.
“I gas di scarico che produce ogni giorno sono tra i più nocivi consentiti dalla legge”.
Guardo nuovamente e vedo una fabbrica illuminata a giorno da centinaia di luci e riflettori. Si trova a circa sei-settecento metri di distanza e laggiù sembra non arrivarci la notte. Cazzo, mi viene da pensare osservandola.
“Le schifezze che rilascia nell’aria sono sulla soglia dei livelli consentiti” dice lei poggiando i gomiti sul parapetto del ponte. Anch’io faccio lo stesso e osservo di sotto la superficie liquida del canale. Scopro che tutto ci si riflette sopra. Tutta quella quantità di neon e fari vengono ricopiati per illuminare il buio sotto noi. Uno spettacolo. Sembra essercene due di fabbriche. Una nascosta sotto il livello dell’acqua. Da restare ad ammirarla anche una notte intera.
“Lei e tutte le altre qui intorno sono la causa di tutto” specifica lei.
“Tutto cosa?” chiedo.
“Di tutto” mi ripete “di quella foschia artificiale che spesso vedi sopra la città, degli odori e dell’aria che respiri”.
“Capisco” le rispondo e butto ancora un’occhiata di sotto. Fa caldo anche se siamo in aprile. Ricordo che quando le è venuta l’idea di partire per farmi vedere questa cosa stavamo seduti in un bar, con una birra ghiacciata posata sul tavolo.
“Allora? Che ne pensi?”.
Non rispondo, lascio un po’ di silenzio. Mi viene da ripensare a quelle altre volte in cui mi aveva portato davanti a strutture simili a questa. Era sempre giorno e lei scattava fotografie da mandare ai suoi amici, per - la causa -. Ora mi viene da chiedermi se anche quegli altri complessi industriali, la notte, potessero rilasciare tanto splendore elettrico. Lei torna a domandarmi che ne penso e io posso solo guardare sotto di noi sull’acqua. Vedo la seconda industria riflessa con le sue decine e decine di luci. E pensare che in fondo, non appare tanto pericolosa. Riflessa lì, come un miraggio, sembra essere la sorella buona di quella dinnanzi a noi. Vista da qui, sul liquido calmo e pacifico del canale, pare come desiderosa di essere amata. Coccolata. Non pretende tanto, solo un istante, un momento, un attimo in cui chiedere perdono.
Hollywood, Hollywood!

di Charles Bukowski
Chinaski cede alle lusinghe di un regista e decide sotto cospicua cifra anticipata di scrivere una sceneggiatura per un film. Chinaski si ritrova così a possedere parecchi soldi per la mani, più di quanti ne abbia mai avuti in un sol botto. Che fa? Accompagnato dalla sua giovane moglie (Mandata dagli dei ad allungargli la vita di dieci anni) si compra una BMW nera (la macchina dei duri) ed una casa. Tutto sotto consiglio del suo consulente fiscale ingaggiato per l'occasione. (La vita comincia a 65 anni) sono le parole di Chinaski di fronte a questa sua nuova esistenza. E così lo scrittore dissacratore dell'America s'addentra nel mondo di Hollywood con la propria sceneggiatura sotto braccio. O ancora meglio pone di fronte agli occhi del show business una storia di emarginati, una storia a lui famigliare, la vita di un giovane scrittore alcolizzato disposto a fare la fame pur d'aver tempo di battere a macchina le proprie fantasie. La BMW può attenuare la rabbia ma non far dimenticare il passato.
Scritta nel 1989 quest'opera di Bukowski si distacca dai precedenti lavori per questo ingannevole senso di riappacificazione nei confronti del mondo. Una sorta di tregua nella quale Chinaski/Bukowsky cerca di rientrare nel sistema. Vedere il mondo ed i suoi abitanti da una nuova e scomoda angolazione. Il punto di vista di chi finalmente ha raggiunto una posizione.
Se amate Bukowski questa è un'opera che vi sorprenderà, se non lo conoscete è un buon libro per cominciare ad apprezzarlo.
lunedì 3 settembre 2007
Ogni cosa è illuminata

Commedia - road movie passata parecchio in sordina (purtroppo) nella scorsa stagione cinematografica, tratta dal romanzo di Jonathan Safran Foer.
Un film costruito con sapienza nei suoi tempi, nel suo montaggio, nella fotografia, nella sceneggiatura e scenografia. Un film che ti pizzica, ti diverte e ti commuove sinceramente.
Ottimi i tre protagonisti della storia: un Elijah Wood impeccabile nell'interpretare questo caratteristico collezionista, Eugene Hutz formidabile nei panni di uno strampalato quanto improvvisato interprete ucraino e Boris Leskin nel dare vita al nonno di Eugene Hutz che si finge cieco ma che guida l'auto per scarrozzare Wood attraverso tutta l'Ucraina.
Ci sono persone che collezionano francobolli, fascette di sigari o tazze da tè. Jonathan tiene da parte i ricordi di famiglia: foto, cartoline, una dentiera e manciate di sporcizia. Il tutto sigillato in singoli sacchetti e appeso a una parete. Adesso Jonathan è alla ricerca di un ricordo più evanescente. Andrà fino in Ucraina a cercare la donna che nel 1942 ha salvato la vita a suo nonno durante la seconda guerra mondiale. Il suo unico indizio è una vecchia foto, la sua guida un ragazzo del posto che parla un buffo inglese e sogna di andare un giorno in America.
Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, mette in schermo un esordiente della letteratura, Jonathan Safran Foer, un ebreo americano che racconta a sua volta di uno studente americano deciso a trovare in Ucraina la donna che salvò suo nonno dalla furia nazista. Jonathan Safran Foer è anche il nome del suo personaggio che compiendo un viaggio nella memoria ricostruisce la vita del villaggio di Trachimbord, uno dei numerosissimi shtetl bruciati e dimenticati durante la Seconda Guerra Mondiale. Un luogo che ha smesso per sempre di essere geografico sopravvivendo soltanto nell'anima di coloro che ne hanno pazientemente raccolto e conservato, fino a collezionarle, le tracce.
Le anatre di Holden

Quando Ryan dice di detestare la politica di Bush sono le dieci di sera e sediamo su tre sgabelli neri, al banco di un bar chiamato Karma. Siamo io, Ryan e la ragazza con i capelli rasta. Abbiamo attraversato mezzo East Village per finire sulla First Avenue in un posto dove ai tavoli è possibile fumare dal narghilè. Tutti i tavoli sono occupati. Tutti fumano. Persone nella penombra emanano sottili nuvole grigie. Mi chiedo perché non siamo entrati in un qualsiasi lounge-bar incontrato nell’arrivare qui. Ne ho contati nove solo sul lato destro della strada.
La barista, bionda e minuta e con un tatuaggio sulla schiena, serve a me e alla ragazza con i rasta del vino rosso mentre a Ryan una Stella Artois. Le osservo il tatuaggio quando si gira per prendere la bottiglia di Merlot. Ha un sole azteco sulla spina dorsale all’altezza della quarta vertebra.
“Perché questo accanimento?” domanda la ragazza coi rasta a Ryan.
“Odio chi fa politica per i propri personali interessi” risponde rigirando la bottiglia di birra. Ryan è democratico, californiano e ha praticato surf per un sacco di anni “non è concepibile avere al potere gente che scatena guerre per gestire e incrementare i propri profitti nel mercato petrolifero”.
La ragazza coi rasta fa sì col capo. Anch’io mi trovo d’accordo ma mi sono perso la metà di quello che si sono detti usando un inglese stretto, perciò mi viene facile concentrarmi sull’ingresso di un tipo curioso. Per metà metallaro, per metà con un piede nella fossa. Avrà una cinquantina d’anni e braccia sottilissime. Capelli lunghi e grigi e l’aria sbronza. L’aria di chi è sbronzo spesso. Parla con la barista che gli versa qualcosa che potrebbe essere un amaro o forse uno scotch. Poi la ragazza prende i soldi dalle mani del vecchio con la maglietta dei Motorhead e tornando in direzione della cassa guarda verso me. In quell’attimo capisco di essere trasparente. Mi vede attraverso. Alle mie spalle una lampada in metallo emana luce soffusa. La ragazza vede la lampada, non me. La ragazza vede quella lampada chiunque sia la persona che ogni sera se ne sta seduta qua.
“Ti manca la California?” chiede la ragazza coi rasta.
“Sto pensando di ritornarci. Non adesso. In futuro. Non so quando ma non resterò per sempre qui. Non fa per me fermarmi a lungo nei posti”.
Ryan ha girato tutta Europa, ha lavorato in Spagna, racconta di aver visitato gran parte del sud-est asiatico. Laos, Birmania, Cambogia, Vietnam, dice di amare quei luoghi e di averli girati in lungo e in largo. Il perché mi sfugge. Forse ci saranno delle belle onde laggiù.
“Io sono tornata da poco da Cuba” dice la tizia coi rasta sollevando il bicchiere.
“Io non posso andare a Cuba” risponde Ryan “non esistono voli da qui verso Cuba”.
“Già, dimenticavo” ribatte lei.
“Sempre le solite politiche sballate che facciamo qua. Dovrei andare in Canada per potermi imbarcare per Cuba” spiega lui poggiando la birra sul banco, poi aggiunge che anche partendo dal Canada ci sarebbe comunque una piccola operazione da compiere una volta arrivati a terra, qualcosa come una specie di mazzetta che i turisti statunitensi sono tenuti a sborsare per poter entrare nel mondo di Fidel o per non farsi marchiare il passaporto con il timbro di Cuba. Non capisco bene. Tutto sommato un esborso in dollari da pagare alla dogana tendendo gli occhi bassi e senza sorridere. Magia dell’embargo.
Squilla il telefono di Ryan e nel rispondere comincia a parlare spagnolo con qualcuno all’altro capo. “No tengo abrigo suficiente” è l’unica frase che comprendo mentre il vecchio metallaro è già al terzo bicchiere di quella roba densa e scura che si fa servire. Bevo un sorso di vino e il sapore non mi pare un granché, sull’etichetta c’è scritto Merlot del Cile.
I miei due amici continuano la loro conversazione su viaggi, politica, ambizioni, differenze di stili di vita. Io sorseggio dal bicchiere concentrandomi per seguire quanto più possibile. A volte mi smarrisco. A volte ritrovo la via. A volte penso che questo sabato notte sarà l’ultimo che trascorrerò qui. Probabile che mai più incontrerò Ryan. Di certo non saprò mai quale tizio domani diverrà trasparente sedendo su questo sgabello. Domani non ci sarò più. Mi aspettano delle valigie, un aeroporto, un cielo e le nuvole sotto burrose e grasse. - Chi vi parla è il comandante del volo LH405, stiamo sorvolando le chiappe cellulitiche del mondo -.
E così mentre il locale va riempiendosi e ai tavoli si aspirano aromi dai narghilè, immagino che entro breve daremo la mancia alla barista e poi usciremo da qui, Ryan per la sua strada, io e la ragazza coi rasta per la nostra fermando un taxi che odorerà di sedili in finta pelle. Un’auto giallo ocra che ci riaccompegnerà a casa mentre oltre il finestrino ci saranno lounge-bar su ogni lato della strada e luci provenire dai palazzi, con i loro profumi, i loro suoni. E diverrà semplice ripensare alle anatre viste a Central Park. Noi siamo come quelle anatre. Holden si domandava dove andassero a finire durante l’inverno, io stamattina le ho viste zampettare e scivolare sullo strato ghiacciato del lago. Poi qualcuna ha spiccato il volo.