
Quando Ryan dice di detestare la politica di Bush sono le dieci di sera e sediamo su tre sgabelli neri, al banco di un bar chiamato Karma. Siamo io, Ryan e la ragazza con i capelli rasta. Abbiamo attraversato mezzo East Village per finire sulla First Avenue in un posto dove ai tavoli è possibile fumare dal narghilè. Tutti i tavoli sono occupati. Tutti fumano. Persone nella penombra emanano sottili nuvole grigie. Mi chiedo perché non siamo entrati in un qualsiasi lounge-bar incontrato nell’arrivare qui. Ne ho contati nove solo sul lato destro della strada.
La barista, bionda e minuta e con un tatuaggio sulla schiena, serve a me e alla ragazza con i rasta del vino rosso mentre a Ryan una Stella Artois. Le osservo il tatuaggio quando si gira per prendere la bottiglia di Merlot. Ha un sole azteco sulla spina dorsale all’altezza della quarta vertebra.
“Perché questo accanimento?” domanda la ragazza coi rasta a Ryan.
“Odio chi fa politica per i propri personali interessi” risponde rigirando la bottiglia di birra. Ryan è democratico, californiano e ha praticato surf per un sacco di anni “non è concepibile avere al potere gente che scatena guerre per gestire e incrementare i propri profitti nel mercato petrolifero”.
La ragazza coi rasta fa sì col capo. Anch’io mi trovo d’accordo ma mi sono perso la metà di quello che si sono detti usando un inglese stretto, perciò mi viene facile concentrarmi sull’ingresso di un tipo curioso. Per metà metallaro, per metà con un piede nella fossa. Avrà una cinquantina d’anni e braccia sottilissime. Capelli lunghi e grigi e l’aria sbronza. L’aria di chi è sbronzo spesso. Parla con la barista che gli versa qualcosa che potrebbe essere un amaro o forse uno scotch. Poi la ragazza prende i soldi dalle mani del vecchio con la maglietta dei Motorhead e tornando in direzione della cassa guarda verso me. In quell’attimo capisco di essere trasparente. Mi vede attraverso. Alle mie spalle una lampada in metallo emana luce soffusa. La ragazza vede la lampada, non me. La ragazza vede quella lampada chiunque sia la persona che ogni sera se ne sta seduta qua.
“Ti manca la California?” chiede la ragazza coi rasta.
“Sto pensando di ritornarci. Non adesso. In futuro. Non so quando ma non resterò per sempre qui. Non fa per me fermarmi a lungo nei posti”.
Ryan ha girato tutta Europa, ha lavorato in Spagna, racconta di aver visitato gran parte del sud-est asiatico. Laos, Birmania, Cambogia, Vietnam, dice di amare quei luoghi e di averli girati in lungo e in largo. Il perché mi sfugge. Forse ci saranno delle belle onde laggiù.
“Io sono tornata da poco da Cuba” dice la tizia coi rasta sollevando il bicchiere.
“Io non posso andare a Cuba” risponde Ryan “non esistono voli da qui verso Cuba”.
“Già, dimenticavo” ribatte lei.
“Sempre le solite politiche sballate che facciamo qua. Dovrei andare in Canada per potermi imbarcare per Cuba” spiega lui poggiando la birra sul banco, poi aggiunge che anche partendo dal Canada ci sarebbe comunque una piccola operazione da compiere una volta arrivati a terra, qualcosa come una specie di mazzetta che i turisti statunitensi sono tenuti a sborsare per poter entrare nel mondo di Fidel o per non farsi marchiare il passaporto con il timbro di Cuba. Non capisco bene. Tutto sommato un esborso in dollari da pagare alla dogana tendendo gli occhi bassi e senza sorridere. Magia dell’embargo.
Squilla il telefono di Ryan e nel rispondere comincia a parlare spagnolo con qualcuno all’altro capo. “No tengo abrigo suficiente” è l’unica frase che comprendo mentre il vecchio metallaro è già al terzo bicchiere di quella roba densa e scura che si fa servire. Bevo un sorso di vino e il sapore non mi pare un granché, sull’etichetta c’è scritto Merlot del Cile.
I miei due amici continuano la loro conversazione su viaggi, politica, ambizioni, differenze di stili di vita. Io sorseggio dal bicchiere concentrandomi per seguire quanto più possibile. A volte mi smarrisco. A volte ritrovo la via. A volte penso che questo sabato notte sarà l’ultimo che trascorrerò qui. Probabile che mai più incontrerò Ryan. Di certo non saprò mai quale tizio domani diverrà trasparente sedendo su questo sgabello. Domani non ci sarò più. Mi aspettano delle valigie, un aeroporto, un cielo e le nuvole sotto burrose e grasse. - Chi vi parla è il comandante del volo LH405, stiamo sorvolando le chiappe cellulitiche del mondo -.
E così mentre il locale va riempiendosi e ai tavoli si aspirano aromi dai narghilè, immagino che entro breve daremo la mancia alla barista e poi usciremo da qui, Ryan per la sua strada, io e la ragazza coi rasta per la nostra fermando un taxi che odorerà di sedili in finta pelle. Un’auto giallo ocra che ci riaccompegnerà a casa mentre oltre il finestrino ci saranno lounge-bar su ogni lato della strada e luci provenire dai palazzi, con i loro profumi, i loro suoni. E diverrà semplice ripensare alle anatre viste a Central Park. Noi siamo come quelle anatre. Holden si domandava dove andassero a finire durante l’inverno, io stamattina le ho viste zampettare e scivolare sullo strato ghiacciato del lago. Poi qualcuna ha spiccato il volo.
lunedì 3 settembre 2007
Le anatre di Holden
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