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"Fai questo per mantenerti da vivere?".
"Più o meno sì".
"Non deve essere male".
"A volte no".
Ci sono attimi nella vita che coltivi per sempre nella memoria. Istanti vitali che lasceranno un segno indelebile, come un marchio a fuoco di cui non potrai liberarti. Un marchio che ti seguirà preciso preciso in ogni tuo giorno, mese o anno. In ogni gesto, azione o parola. Quel marchio sarà in tutto questo e ancora, perché così è e non è facile da spiegare. Ottavio capì che quel pomeriggio dietro la palestra della scuola media, intento a fumare la sua settima sigaretta, non era un gesto qualunque. Il sole era sempre lo stesso, i jeans stretti erano sempre quelli, anche l'odore della mensa che arrivava sin lì non profumava diversamente dai giorni precedenti. Ma quel giorno aveva una storia tutta sua da raccontare. Un racconto da lasciarti senza respiro. Un botto nei polmoni che non c'entrava nulla con la nicotina. Quel pomeriggio del 4 maggio 1988 addosso ad Ottavio avrebbe lasciato il segno. Una saetta senza preavviso. Uno sguardo, una risata e tutto come un inizio non annunciato. Rosalba che tossisce. Rosalba che arrossisce di vergogna. Rosalba e quell'attimo indimenticabile. Il marchio a fuoco inciso nella propria vita, quella di Ottavio. Che sarebbe cambiata per sempre. Uno sguardo, una risata e tutto come un inizio non annunciato, il principio veloce dei prossimi quattordici anni. Mica uno scherzo. Un'intera esistenza guidata dal segno indelebile di lei, fumatrice non esperta. Una vita condotta e gestita seguendo il marchio inciso nella propria anima. Un segno che l'avrebbe portato sino ad una camera d'albergo non ancora pagata. Nudo e felice. Con quelle parole nelle orecchie…
"Fai questo per mantenerti da vivere?".
"Più o meno sì".
"Non deve essere male".
"A volte no".
"Proprio solo questo?".
"Già".
"E guadagni bene".
"Abbastanza".
"E poi?".
"Poi alla fine sono tornato in Italia. Parigi è bella ma non è mia. Preferisco stare dove ho sempre vissuto. Gli odori mi fanno sentire a casa".
"Io ricordo ancora tutto. Sono trascorsi sei anni ma ancora ricordo tutto il paese".
"E' un bel paese".
"Non è bello. Dai! Non dire stronzate. Io proprio non so come tu faccia a viverci ancora”.
"Non abito più laggiù. Mi sono trasferito".
"Ah sì? Dove?".
"In una città più grande. Comunque ogni tanto ci torno. Non spesso. Ogni tanto".
"…".
"Passeggio per la piazza centrale e guardo i negozi che hanno aperto da poco. Anche i vigili urbani sono tutti cambiati. Nessuno di quelli che ci rompeva le palle quando andavamo in due sul Ciao con la Simonini".
"…".
"Tu non ci tornerai mai vero?".
"No".
"Poi altre volte scendo sino alla scuola. Da fuori osservo il parco, il deposito delle bici. Molte cose sono cambiate in questi anni. Purtroppo non si vede dietro la palestra dalla strada".
"Ho sempre odiato educazione fisica".
"Anch'io. Ma era il massimo stare dietro la palestra al pomeriggio".
"Già … le sigarette".
"…".
"Fumi ancora?".
"Si. Non ho mai smesso. Quando torno al paese fumo sempre più del solito. Non so il perché ma mi succede. Cammino per il centro e ne accendo una dietro l'altra. A volte mi capita d'incontrare qualcuno della vecchia compagnia. Finiamo sempre per parlare di allora. Ogni tanto salta fuori il tuo nome. Ci manchi".
"Non manco a nessuno laggiù".
"Ci manchi".
"Forse manco a te. Questo posso crederlo. Ma niente di più".
"…".
Ci sono attimi nella vita che proprio non credi potresti mai vivere o incontrare o semplicemente sfiorare ed invece questi ti si presentano davanti. D'improvviso, urtando tutto il possibile, quasi a voler dimostrare la propria veridicità, quasi nel brutale gesto di vincere l'incredulità che ti si legge negli occhi quanto caschi proprio davanti uno di essi. Quando ti sbatte in faccia il fatto nudo e crudo e tu non puoi far altro che viverlo. Perché così hai sempre sperato fosse e non puoi permetterti di buttare tutto all'aria per una paura momentanea. Per il timore della sorpresa. Proprio non si può ed allora ti getti a capofitto in quell'attimo che ti si è parato davanti. D'improvviso. E così fece Ottavio, quando quel giorno in libreria, finì per imbattersi negli occhi di lei, Rosalba. Ottavio e Rosalba. Ottavio il ragazzo innamorato alla sua settima sigaretta. Rosalba la fumatrice non esperta. Occasione da non perdere. Attimo che non credevi potessi vivere, incontrare o semplicemente sfiorare e che invece eccolo lì davanti la tua faccia da ebete. Quattordici anni esatti dal pomeriggio dietro la palestra e Ottavio capì che nulla era cambiato.
"Non ho mai sfondato come modella. Credevo di potercela fare ma non ha funzionato. Troppa concorrenza e ormai l'età mi gioca contro".
"Sei bella".
"…".
"Dico sul serio".
"Se sapessi cosa mi sono ridotta a fare non diresti così".
"So cosa fai".
"…".
"…".
"Dici sul serio?".
"Uhm, uhm".
"Chi te l'ha detto?".
"Nessuno. Ho trovato un film dove c'eri anche tu".
"Compri quella roba?".
"A volte sì".
"Non ci credo".
"E perché non dovrei?".
"Non sembri il tipo. Tutto qui".
"Invece sono quel tipo".
"Dio che vergogna. Quante volte l'hai visto?".
"L'inizio ogni giorno. Il resto solo una volta, ma non mi è piaciuto".
"L'inizio quante volte?".
"Tutti i giorni".
"…".
"I primi due minuti e quarantasette secondi, quando sei vestita. Quelli li guardo ogni giorno".
"Ma lì recito da cane!".
"Non ascolto mai quello che dici. Hai la voce doppiata in tedesco. Non ho trovato l'edizione italiana".
"Mi viene da ridere. Non mi sono mai sentita parlare in tedesco".
"La voce che ti hanno dato non è un granché. Preferisco accendere lo stereo. Spingo sul fermo immagine e accendo lo stereo. Oggi eri su Lucy in the sky with diamonds".
"…".
"Conosci quella canzone?".
"No".
"Posso registrartela".
"Ok".
"Già, oggi quella canzone ti si cuciva addosso".
"Cosa dicono le parole?".
"Non lo so. Ma la melodia è bella".
"Cosa dice la melodia?".
"Parla di un sorriso sconfinato e di una bambina che gioca correndo".
"Mi piace".
"…".
"Nessuno mi aveva mai abbinata ad una canzone".
"Io lo faccio sempre".
"Si ma tu sei Ottavio".
"…".
"…".
"Ieri eri Black Star dei Radiohead. Il giorno prima Who by Fire di Leonard Coen. E quello prima ancora Draw to the deep end dei Gene".
"Ti è sempre piaciuta la musica".
"Nick Horby dice che è come carburante".
"Chi è Nick Horby?".
"Un amico".
"E Ottavio cosa dice?".
"…".
"…".
"…".
"Sai che hai proprio un cazzo grosso? Decisamente sopra la media".
"Ne hai visti tanti?".
"Abbastanza".
"…".
"Dai non imbarazzarti".
"Non è facile per me".
"Cosa?".
"Non imbarazzarmi".
"Ti metto soggezione?".
"Non è proprio questo".
"A me è piaciuto fare l'amore con te".
"Anche a me Rosalba, credimi".
"E allora?".
"E' più una sensazione di incredulità. Tutto questo tempo".
"…".
"…".
"Se solo potessi tornare indietro".
"…".
"Se solo potessi tornare indietro in quei giorni di scuola. A volte ci penso sai? Ed è straziante. Già: straziante. Non i ricordi. Quelli sono belli, ma la consapevolezza che siano solo ricordi mi straccia in mille pezzi. Vorrei che le cose fossero andate in modo diverso. Vorrei veramente cambiare le cose Ottavio".
"Hai solamente ventisette anni. Puoi ancora tutto, se solo vuoi".
"…".
"Forse sarebbe meglio che vada Ottavio".
"Devi proprio?".
"Forse sì".
"…".
"Mi ha fatto piacere vederti…beh…insomma fare quel che abbiamo fatto mi ha fatta star bene. Non so il perché ma sto bene".
"Ok".
"Credo sia la tua vicinanza. Tu hai qualcosa che gli altri non hanno. Credimi".
"…".
"Non fare quella faccia".
"…".
"Smettila! Sii serio. Io sto parlando seriamente come puoi vedere".
"…".
"Così va meglio. Tu hai qualcosa che gli altri non hanno. Credimi. Forse la vedo solo io quella cosa ma c'è, so che c'è. Esiste, ed è la tua vera forza per metterlo in culo a questo mondo".
"Grazie Rosalba".
"Di niente. Grazie a te".
"Per cosa?".
"Per non avermi chiesto di restare. O di cambiare. Per non aver detto che con te tutto potrebbe diventare più bello. Migliore. Grazie per non aver detto niente".
"Figurati".
Ci sono attimi nella vita che paiono interminabili. Possono durare secondi ma sembrano settimane. Frammenti di eternità messi lì per fregarti. Per non farti accorgere che tutto sta per finire, concludersi, cessare. Te ne stai fermo a fissare quell'immagine immobile nella retina e dopo un istante lungo un'eternità ti accorgi che è finita. Cessata per sempre. Quel momento, quell'istante di vita aspettato per quattordici anni è passato. Ormai finito. Sul corpo di Ottavio ancora Rosalba ma non più Rosalba carnale bensì Rosalba ricordo e profumo. Rosalba ormai uscita dalla stanza per inseguire nuovamente la sua vita. Frammento spezzato troppo presto. Ma è impossibile fare durare la gioia di un sorriso. E' un istante e poi cessa, se persisti andrebbe a rovinarsi tutto. Si guasterebbe la magia dell'attimo. Quell'attimo come un marchio a fuoco di cui non potrai liberarti. Quell'attimo che non credevi poter vivere, incontrare o semplicemente sfiorare e che adesso è finito. Quel giorno Rosalba vestiva le note di Somebody to Love dei Jefferson Airplane. Ottavio prese le lenzuola e se le tirò addosso. Ora sentiva freddo in quella camera d'albergo. L'orologio continuava a segnare i minuti. Uno dopo l'altro. Minuti di quel mattino che presto sarebbe giunto. Quattordici anni dopo. In una camera d'albergo ancora da pagare.
mercoledì 23 luglio 2008
L'inizio quante volte?
giovedì 15 maggio 2008
"Edward" - capitoli 16.17.18.19.20
16.
"Sai chi era il monello?".
"Cosa?".
"Sai chi era il monello? E’ zio Fester".
"Quale monello?".
"Il monello di Charlie Chaplin sai chi lo faceva?".
"No".
"Zio Fester, quello che poi da grande ha fatto zio Fester".
"Christofer Lloyd".
"Christofer Lloyd non era zio Fester".
"Certo che lo era".
"Christofer Lloyd era lo scienziato di Ritorno al futuro".
"Era anche zio Fester".
"Che io sappia no, per me sbagli non si chiamava Lloyd ne sono certo, comunque tu chi saresti?".
"Devo fare Chaplin".
"Come sarebbe".
"Sono un attore. Devo fare il ruolo che era di Chaplin nel monello".
"Ma prima hai detto che non conoscevi il monello".
"Infatti, devo ancora leggere il copione".
"Ah, ora capisco".
"Tu che fai invece".
"Scrivo, sono lo sceneggiatore del monello".
"Sceneggiatore? Ma questo film è già stato scritto molto tempo fa".
"Devo rifarlo".
"Uhm?".
"Riscriverlo, renderlo più moderno, capisci? Però non ho ancora finito di scriverlo. Per questo non hai ancora letto il copione".
"Noi attori siamo già qui sul set ed il copione non è pronto? Siamo in anticipo allora".
"No, sono io ad essere in ritardo".
Click. Edward stanco spense il televisore. L'unico suo desiderio era andare a letto.
17.
Finestra aperta. La finestra di Edward. L'aria che andava facendosi notte fonda. Le parole dei grilli. Due persone che discutevano giù in cortile. Il respiro immaginato di Claudine. Le auto sfreccianti lontano, sulla statale. L'inquilino del piano superiore che sguazzava nella vasca da bagno. Le carezze immaginate di Claudine. Il fruscio delle foglie. L’aria calda. Gli alberi fuori. L'estate di loro due. Questo era il silenzio.
18.
Dormire. Dormire sembrava una cosa impossibile. La paura di non sognare era troppo forte. La paura di perdere il ricordo di Claudine nella distrazione del sonno lo terrorizzava. Edward stava con occhi sbarrati tra le lenzuola calde e fastidiose. Si può perdere la memoria nel sonno? Ad una sua compagnia di classe era successo. Ma forse s’era inventata tutto. La tivù nell’altra stanza era svenuta. Faceva caldo e il sudore era un tormento. Aspettare sino all’alba una condanna.
19.
Edward assopito, questa era l’immagine che si poteva scorgere sbirciando dalla finestra. Edward aveva perso la scommessa chiudendo gli occhi. Il sonno aveva vinto. Mancavano poche ore al mattino e lui aveva ceduto alla stanchezza. Il giorno seguente sua nonna sarebbe ritornata. Come sempre per preparargli la colazione. Lui lo sapeva, se l’era ripetuto più volte prima di chiudere le palpebre come per convincersi che quella era l’unica e sola verità. La nonna in quella casa non poteva non esistere.
20.
Il mattino ha l'oro in bocca, in un film questa frase era stata scritta un sacco di volte dal protagonista. Edward invece si sentiva un topo morto tra i denti. Appena sveglio si lavò con lo spazzolino per cacciare l’alito del sonno. Dal bagno sentiva la nonna in cucina manovrare ai fornelli. Tutto era tornato normale. Tutto era tornato quel tutto che lui conosceva. Che lui viveva di continuo. Mangiò biscotti zuppati nel latte con la tivù nuovamente viva a fare da compagna. Edward non aveva dimenticato, aspettava sorridente. Aspettava l'ora del programma in cui era apparsa Claudine. Si fece forza, mancavano solamente nove ore di nulla.
Fine
martedì 6 maggio 2008
"Edward" - capitoli 11.12.13.14.15
11.
Il soffitto. Il soffitto era sempre stato lì. Non aveva storia pensava Edward. Non come gli altri oggetti della casa, ad esempio i mobili. I mobili sì, ognuno di loro aveva un passato, ottenuto attraverso il contatto di chi li tocca, di chi li maneggia. Nessuno tocca il soffitto, è lì e basta, vuoto come la tivù senza antenna.
12.
Forse gli sarebbe piaciuto uscire. Tivù accesa senza audio. Edward pensava che gli sarebbe piaciuto uscire. Tanto per fare due passi in auto. Certo…strano però…fare due passi in auto. Fare due passi in auto…non è strano? Forse no, non poi molto se pensi che ne occorre uno per salirci ed uno per scenderci. In effetti sono due, o meglio quattro dato che ci sarebbe salito insieme ad una persona. Un'altra persona. E così sarebbero stati quattro passi. Quattro passi in auto. E magari una buona conversazione. Aveva smesso di piovere. Non sulla città ma nella tivù. Le conversazioni riescono meglio quando non piove. Quando migliaia di gocce fuori dal finestrino non ti distraggono dai tuoi pensieri o dalle parole dell'altra persona. Quella che magari ha condiviso la serata con te. Quella per cui hai deciso che valeva la pena uscire di casa. Uscire di casa per fare quattro passi in auto. L'auto che Claudine non possedeva.
13.
Si era addormentato. Lo capì al suo risveglio. Avevo dormito davanti la tivù per ritrovarsi dopo l’ora di cena ancora seduto nella vecchia poltrona. Notò calzini sporchi vestirgli i piedi. Indossava maglietta e pantaloncini corti. Forse c’era bisogno d’un bagno. Più tardi si sarebbe lavato ma non ora. Il ventilatore nella stanza vibrava ancora e le pagine della rivista della nonna ondeggiavano nel fresco ronzio. Claudine era definitivamente svanita.
14.
Edward ha tra le mani un libro. In copertina c'è scritto "Aprire solo in caso di emergenza". Oramai sono le dieci di sera. La nonna non è più tornata. Non ancora. Il film della prima serata sta per terminare. Edward apre le pagine che ha in mano. C'è scritto "Questa non era una vera emergenza”. Edward da volume alla tivù. Così forte da far vibrare lo stomaco. Sono urla. Le sue urla doppiate da voci famose nello schermo. I vicini incazzati battono qualcosa contro il muro, forse una scarpa, forse la testa del barboncino. Volume nuovamente a zero. Ribellione soppressa dalla buona educazione.
15.
Edward fissava il calendario fermo sul mese d'agosto. La tivù momentaneamente ignorata s'inseguiva in silenziose conversazioni labiali. Era un bel calendario arancione con le domeniche cerchiate in nero. Appeso alla parete proprio dietro l'acquario senz'acqua. "Chissà che giorno è oggi" si domandava. Di sicuro sentiva la lontananza di Claudine. Ora capiva cosa provava la nonna ogni qual volta si menzionava quel giro d'Italia in Ape Car senza ritorno.
Continua...
lunedì 28 aprile 2008
"Edward" - capitoli 6.7.8.9.10
6.
L'aranciata era finita. Il bicchiere vuoto. Il frigorifero troppo lontano, di là, in cucina dalla nonna indaffarata. Rinunciò subito all'idea. Pigliò il telecomando ma non cambiò canale. Posò le dita sui tasti senza premere, con leggerezza, sottile sicurezza di poter cambiare tutto.
7.
Claudine aveva un sorriso bellissimo. Da togliere il fiato. Edward la guardava e già l’amava. L’amava di quell’amore senza respiro, come la pallonata alla bocca dello stomaco ricevuta a dodici anni quando già nel campetto del prete si sentiva il portiere dell’Inter. Non si sa come ma Claudine era stata ritrovata nel colorato schermo pochi minuti prima della fine di un telefilm. Edward la guardava e non pensava agli istanti dell’orologio.
8.
"Perché?" chiese Edward.
"Perché no" rispose Marco uscito dalla pubblicità del collutorio.
"Non so, non ne sono convinto".
"Avanti fallo" lo incitò l'amico.
"Uhmm".
"Usa il telecomando su, cambia canale" insistette posando la bottiglia colma di liquido blu.
"E se poi lei sparisce?" Edward insicuro nella voce.
"Lei non può sparire, avanti pigia il tasto".
"Aspetta, non sono sicuro".
"Forza!" grido l'amico televisivo.
"Ok...".
Marco bevve un sorso dalla bottiglia, si schiarì la gola, deglutì.
"Ehi avevi ragione" Edward euforico nella voce "non è andata via, è sempre sullo schermo".
"Te l'avevo detto… Claudine non può sparire dalla tivù alle sette del pomeriggio".
9.
Edward beveva acqua dal frigorifero, convinto dalla sete a raggiungere la cucina. Nel soggiorno la non-voce di Claudine era ancora nello schermo. Sua nonna era lì con i suoi capelli grigi raccolti dietro al nuca ed il vestito di tutti i giorni. Non era mai stata una bella donna. Pensava questo Edward. Aveva visto delle vecchie foto di una giovinezza in bianco e nero e non le era per nulla piaciuta quella figura magra sorridente in sella ad una bici. Le ragazze in tivù sono molto più carine. Le ragazze in tivù non indossano mai il vestito di tutti i giorni.
10.
C'era un ventilatore che non la finiva di ronzare. Chissà come c'era arrivato in quel posto. Chissà dove voleva andare soffiando tutta quell'aria. Edward era nuovamente in soggiorno fissando le pagine di una rivista di giardinaggio che si agitavano. Una rivista per un giardino che non esisteva in quel micro appartamento. Marco era svanito, tornato magari a sciacquarsi la gola con del collutorio blu in altri spot, su altre emittenti. La nonna spuntò dalla cucina e attraversò la stanza. Indossava le scarpe, forse usciva per andare all’alimentari. Forse usciva perché spinta dal ventilatore.
Continua...
martedì 22 aprile 2008
"Edward" - capitoli 1.2.3.4.5

1.
Così Edward disse a sua nonna in continuo passeggio davanti la tivù:
"Nona, od quà od là ca voi avdè" (nonna o di qua o di là che voglio vedere).
Era la fine di un pomeriggio.
2.
"Non si è mai soli in casa" credeva Edward "la tivù mi fa compagnia e mi aiuta a non pensare. Sì…mi aiuta a non pensare…peccato ci sia la nonna che mi distrae mantenendo vive le riflessioni".
3.
"Avete visto Claudine?" domandava Isabella "Avete visto Claudine?". Era la voce di lei alla tivù che non faceva che ripetere queste semplici tre parole. Edward l'aveva vista...sì...ma non era sicuro...non era certo...ma credeva d'averla vista...sì...forse...nello schermo della propria televisione circa alle sette del pomeriggio...quando non accade proprio nulla.
4.
Edward voleva essere nella televisione.
Fare parte di essa.
Sì...c'era...ma quando essa era spenta. Viveva nel suo riflesso. Il riflesso d'uno schermo nero. Questo non gli bastava.
Edward voleva esistere nella televisione piena di colori e da lì scrutare il mondo che l'ammirava.
Mandò giù un sorso della sua aranciata.
5.
L’acquario era vuoto da anni ormai. Un tempo a Edward piaceva guardare i pesci nuotare in quello stretto mondo chiuso da pareti di vetro. L’aveva comprato il nonno, prima di partire per il giro d’Italia in Ape Car, e ci aveva messo un sacco di pesci, forse troppi all’inizio. Con il tempo questi erano diminuiti ed ora non ce n’era più nessuno. Neppure l’acqua, svuotato dalla nonna perché cominciava a puzzare. Edward aveva deviato le sue attenzioni dall’acquario alla tivù e poco alla volta se n’era abituato.
Continua...
venerdì 18 aprile 2008
Sexy Beast
"Ahh si. Come picchia. Sto sudando. Mi abbrustolisco. Cuocio. Bollo. Soffoco. E’ come una sauna. Un forno. Ci si può cuocere un uovo sulla mia pancia. Chi non se la godrebbe. E’ forte. Da sballo. Fantastico!"
Comincia con queste parole il particolare noir diretto da Jonathan Glazer, regista affermato nel mondo degli spot pubblicitari che, con questo titolo, si avvicinò per la prima volta nel 2001 al mondo del cinema. Sceneggiatura strutturata principalmente in tre parti ci mostra come un’atmosfera da commedia possa assumere presto sembianze da thriller per poi divenire un noir con annesso colpo gobbo ai preziosi. Ciò che più colpisce la visione del film sono le prime scene dove gli splendidi colori della Costa del Sol spagnola irrompono nelle inquadrature trasmettendo allo spettatore il senso di caldo, estate, relax e pace che tanto piacciono a Gal (Ray Winstone), il protagonista. Un personaggio che pare aver raggiunto il suo personale paradiso ritirandosi in una villa con piscina, in compagnia della moglie e dei suoi più cari amici. Anche se presto una visita inattesa complicherà la situazione, riportando alla luce i “vecchi tempi” e trasformando così questa idilliaca eterna vacanza in qualcosa di angosciante.
A mio avviso non si tratta di un noir che entrerà nella storia del cinema ma vale la pena vederlo. Se non altro per tre o quattro validi motivi. Il primo è Ben Kingsley, che interpreta in modo superbo il vecchio “socio in affari” che torna a proporre a Gal un lavoro. Il secondo è Gal stesso, un personaggio ben scritto e ben interpretato. Terzo: quel clima caldo che pare trasudare dalla tivù mentre il film scorre sullo schermo. Quarto: la stupefacente Peaches degli Stranglers che apre la pellicola e accompagna il “rolling stone” giù per la collina.
giovedì 17 aprile 2008
Chasing Amy
Diego è un tipo riflessivo e come spesso accade i tipi riflessivi fanno insorgere riflessioni nelle persone intorno. E così quando stasera mi sono ritrovato una certa (vecchia) VHS per le mani la domanda è sorta spontanea...questo film rietrerà nel genere di commedie che Diego detesta oppure no?
Il film in questione è In Cerca di Amy per la regia di Kevin Smith. Quello Smith che ha diretto Clerks, Mallrats, Jay and Silent Bob Strike Again, Dogma, Clerks 2. Dando così vita ad una sorta di filone cinematografico con una continuity che si trascina di pellicola in pellicola.
Questo In Cerca di Amy in particolare mi è sempre stato caro. Sarà che l'ho visto in un periodo della mia vita che attraversavo una fase analoga. Sarà che l'ho sempre giudicato uno dei lavori più maturi del regista sebbene sia in ordine cronologico il suo terzo lungometraggio.
Smith, sempre facendo uso di un'ironia dai toni decisi e sboccati in questo film si cimenta in una sceneggiatura più robusta, che va dai simpatici riferimenti ai suoi precedenti lavori (Silent Bob e Jay) a toni più seri come l'inconsueta storia d'amore fortemente vissuta dai protagonisti. Capace così di far ridere ma anche far emozionare il proprio pubblico con storie d’amore sincere, combattute, a volte tragiche, che lasciano l'amaro in bocca ma arricchiscono dentro. Questo è ciò che penso e così è sorta in me la curiosità di sapere se Diego approva o meno questo mio giudizio. Ma non volendo fare torto a nessuno lascio a tutti voi la possibilità di dire la vostra sul film.