Carlo mi dice che è terribilmente stanco. Lo dice prendendo posto a tavola. Il suo posto solito, quello davanti alla tivù. Sono le otto in punto. Solitamente ceniamo a quest’ora, mia madre diceva sempre che le abitudini sono una buona cosa e quando si può bisogna rispettarle. Aiutano a mantenere un certo non so che di senso d’ordine e rigore. Stasera gli ho preparato uno dei suoi piatti preferiti e quando poco fa ha detto quelle parole, sull’essere terribilmente stanco, ho pensato che almeno si sarebbe sollevato nel trovare nel piatto stufato con manzo, piselli e uova.
Ultimamente a Carlo non gli va granché al lavoro. Lui non me ne parla mai, ma certe cose riesco a capirle.
“Oh brava. Lo stufato” dice Carlo con la forchetta in mano “Ci voleva proprio”.
Mi sento contenta per queste parole. Cominciamo a mangiare e alla tivù scorrono i titoli del telegiornale. Arriva la notizia dell’ennesima strage in giro per il mondo. Qualcosa di terribile. Fortuna che qui non accadono incidenti del genere. Vivere qui mi fa sentire tranquilla.
Mando giù il primo boccone di stufato e dico a Carlo “Pensi mai a quei posti?”.
“Quali posti?” ribatte lui.
Faccio cenno col capo rivolto allo schermo.
“Brutta faccenda” risponde mentre con un pezzo di pane raccoglie del sugo dal piatto.
“Io mi sento tranquilla qui. Non so se riuscirei a vivere allo stesso modo in quei luoghi. Ogni giorno succedono cose terribili”.
“Capitano ovunque Angela” dice lui inghiottendo una forchettata di uova e piselli.
“Non so se riuscirei a vivere col pensiero… oggi ci sono… ”.
“Credi che quelle persone pensino a quel modo?” aggiunge Carlo.
“Non so… dovrebbero”.
“Questo stufato ti è proprio riuscito bene” mi dice facendo un gran sorriso.
“Sono contenta ti piaccia. Se vuoi dopo ce n’è dell’altro. Ce n’è quanto ne vuoi “ dico riempiendogli il bicchiere di vino “Pensa che hai quasi rischiato di rimanere senza cena” aggiungo poi gettando un’occhiata fuori dalla finestra.
Carlo alza un momento gli occhi dal piatto “Mi lasciavi senza cena?”.
“Ha rischiato di bruciare”.
“Lo stufato?”.
“Sì, era sul fuoco quando il signor Buzzi ha suonato il campanello” specifico finendo di bere un sorso d’acqua. “Io sono piena, non ne voglio più. Può mangiare tutto quel che rimane” aggiungo.
“Che voleva Buzzi?” mi chiede Carlo.
Afferro il tovagliolo sulla tavola e ne approfitto per pulirmi mani e bocca. Ho sempre la sensazione di avere il sugo agli angoli della bocca. Anche al ristorante mi pulisco in continuazione con i tovaglioli. Quando poi succede agli altri di sporcarsi senza accorgersene io non faccio che fissarli, di continuo.
“Che voleva Buzzi?” torna a domandarmi Carlo finendo il primo piatto di stufato.
“Niente. Una delle solite questioni”.
“Tipo?”.
“Lo sai com’è fatto. Deve sempre dire la sua”.
“E’ per le macerie del vialetto? Gliel’ho detto che appena avremmo finito di sistemare il garage porterò via tutto”.
Il giornalista alla tivù lancia un servizio sul congelamento degli stipendi negli ultimi sette anni. Scorrono immagini di donne al mercato che fanno la spesa alternati a uomini in tuta blu che escono di fabbrica. Guardo meglio per vedere se tra loro c’è Carlo.
“E’ per i ciottoli davanti al Garage?” domanda nuovamente Carlo “Oppure è tornato a rompere perché la domenica mattina falcio il prato?”.
“Il fico” gli rispondo mentre mi alzo e vado al lavello per sciacquare il mio piatto prima di metterlo in lavastoviglie.
“Torna qui Angela” mi sento dire alle mie spalle “non sopporto che quando mangiamo ti alzi in continuazione. Sparecchiamo dopo. Quando abbiamo finito. Ora resta seduta” dice Carlo, poi mi fissa “Ancora la storia del fico?”.
Riprendo il mio posto sulla sedia e mi verso un goccio di vino, bevo e rispondo “Buzzi dice che presto sarà tempi di frutti e che, se non abbiamo intenzione di raccogliere tutti i fichi, poi finisce che si ritroverà come l’anno scorso col prato pieno di frutta marcia”.
“Ma se siamo appena a giugno, i fichi matureranno solamente tra due mesi”.
“Lui dice che se non ci pensiamo ora, poi non lo facciamo più”.
“Se non sono i fichi allora è il vialetto. Se non è il vialetto allora sono i botti di capodanno. Se non sono i botti di capodanno allora è il rumore della moto quando torno a casa la sera in estate”.
Osservo Carlo che s’innervosisce. Ha smesso di mangiare. Nel suo piatto ancora pezzi di manzo e briciole di uovo sparsi nel sugo.
“Lavoro tutto il giorno” continua lui “Lavoro faticosamente tutto il giorno e quando torno a casa c’è quello stronzo che quasi fa bruciare il tuo stufato per venir qui a rompere”.
Dico a Carlo di lasciar perdere. Che non vale la pena di rovinarsi la cena per sciocchezze del genere. Glielo dico mentre alla tivù si vedono Carabinieri che prendono rilevazione sull’ennesimo incidente stradale. Un signore travolto da un autobus.
“Non ho più fame” mi risponde poggiando la forchetta.
“Su mangia ancora” insisto. Ma lui sembra non ascoltare.
Guardiamo insieme la tivù per qualche minuto. Con il tovagliolo mi pulisco gli angoli della bocca. Poi lui mi dice “Dai sparecchiamo. Lo stufato avanzato me lo porto dietro domani al lavoro. Lo mangerò in mensa”.
Cominciamo a ripulire la tavola e io riempio un contenitore con manzo, piselli e ripongo tutto nel frigorifero. Vorrei sentirmi dire da Carlo cos’è successo al lavoro e il perché al mattino si alza sempre sbuffando. Ma non me la sento. Quando vorrà me ne parlerà lui. Quando si sentirà pronto mi dirà tutto. Forse dovrebbe licenziarsi a cambiare lavoro. Ma questo non posso dirglielo, so quanto è difficile per un uomo di quarantadue anni trovare un nuovo posto fisso. Non può permettersi certi lussi. Non possiamo. La casa non è ancora stata pagata del tutto. Le bollette che arrivano ad ogni mese. Il mangiare. La benzina. Certi lussi proprio non possiamo permetterceli.
Con l’orecchio ascolto in sottofondo la voce del giornalista alla tivù parlare del picco di caldo di questi giorni. Termometri impazziti e afa soffocante sono le parole che ricorrono più spesso nel servizio. Consigli pratici per difendersi nelle ore di punta e cosa sarebbe meglio mangiare con trentasette gradi sono gli argomenti cardine. Le riprese che scorrono nel video sono le stesse già proposte nel telegiornale del pomeriggio. Il giornalista come ogni sera cerca di mantenere lo stesso tono di voce per ogni servizio. Inflazione. Cronaca nera. Finanza. Non c’è differenza. Non deve esserci. Meno inflessioni possibili. Meno modulazione. Meno emozione.
Quando finisco di riporre le cose da lavare nella lavastoviglie mi accorgo che Carlo non è più in cucina. Sento due botte sorde provenire dal garage e sento Carlo imprecare a voce alta.
La lavastoviglie è quasi piena e domani sicuramente dovrò fare un lavaggio. Forse stanotte stessa. Controllo nel lavello se c’è altro da pulire. Prendo una spugna e comincio a passarla sulla superficie in acciaio del secchiaio. Abbasso il volume della tivù pensando ai prossimi minuti quando ce ne staremo di là sul divano. Forse dovrei cominciare un libro.
Un altro tonfo goffo proviene dal garage.
Squilla il telefono. A quest’ora non può essere che mia madre. Chiama sempre la sera a quest’ora. Le buone abitudini vanno preservate quando possibile. Lei lo sa bene.
Prendo il cordless e pigio il tasto verde quando fuori sento un rumore scoppiettante come di motore che si accende. Mia madre dice “Pronto Angela?” al telefono ed io prima di rispondere mi avvicino alla finestra. Vicino alla recinzione che ci divide dal prato di Buzzi vedo Carlo armeggiare con la motosega.
“Pronto Angela?” ripete mia madre al ricevitore del telefono.
Apro la finestra e guardo che combina Carlo.
Lo sento urlare “Pezzo di merda! Rottinculo! Vicino di merda! Ecco vedi? Taglio i rami che ti sporcano il prato!”.
Carlo affonda colpi di motosega sul nostro albero e taglia via i rami più bassi che oltrepassano il confine del giardino.
“Figlio di una troia! Lo vedi che sto facendo? Ti accontento stronzo pezzo di merda! Ti accontento e adesso vediamo se la smetti di rompere!” urla Carlo sovrastando il rumore della motosega.
Si accende la luce d’ingresso della casa di Buzzi e un attimo dopo si apre la porta. Buzzi indossa una maglietta bianca e sembra in ciabatte. Leggermente illuminato dalla luce del portico lo vedo guardare fisso Carlo.
Carlo continua ad urlare e tagliare fin dove può arrivare senza scala.
La voce di mia madre continua a chiamarmi ma io riattacco. No, non voglio parlare ora.
Dalla finestra sento Buzzi gridare qualcosa a Carlo ma non capisco le sue parole. Lo sento gridare ancora, poi lo vedo incamminarsi in direzione della recinzione. In direzione dell’albero. Sotto la luce del portico vedo che in mano stringe qualcosa di piccolo. Stringe qualcosa e gli va incontro.
mercoledì 24 giugno 2009
Confine d'estate
lunedì 25 maggio 2009
Vendo Arance
Sediamo su delle cassette di legno rovesciate, all’ombra di alberi giovani, trapiantati in mezzo metro di terra tra il cemento dei marciapiedi. L’atmosfera dovrebbe essere quella di un viale, ci sono due panchine malandate poco più in là, di negozi neppure l’ombra. C’è troppo sole sul finire di questo pomeriggio e un vento caldo e secco spazza l’asfalto su cui stiamo. Quasi nessuno di passaggio. Conto cinque ciclisti giù di forma vestiti di tutto punto scivolare lentamente in fondo alla strada, vedo alcune auto con l’aria condizionata accesa passarci davanti e poi vedo noi due, qui, seduti sulle cassette di legno e pronti a vendere la nostra roba. Sull’altro lato della strada, di fronte ai giovani alberi, hanno costruito una fila di palazzi dalle grandi vetrate e dai molti uffici ancora pieni d'impiegati. Tra poco, quando staccheranno dal lavoro e usciranno, faremo affari d'oro. Nel frattempo aspettiamo bevendoci dietro lattine di birra conservate in un frigo portatile. Il mio compare fuma una Camel e aspira lentamente, porta un paio di vecchi occhiali da sole tenuti insieme con lo scotch. Osservo le finestre dei palazzi di fronte, la troppa luce qua fuori fa sembrare ci sia un buio pesto all’interno. Senza vita. Penso alla gente là dentro, indaffarate a terminare di assassinare le loro otto ore giornaliere di prigionia.
Il mio amico vende arance e io sono il suo socio, viviamo di questo. Senza ragione. Merce esposta su di un banco improvvisato. Eccoci arrivati, piazzati per benino con una Camel tra le labbra e una copia di Salinger in tasca. Stanchi ancor prima di allacciarci le scarpe. Sotto questo sole che fa crescer bene i nostri frutti.
E giunge l'ora giusta, comincia ad uscire gente dai palazzi. Il mio amico getta la sigaretta. Posiamo le lattine di birra per terra. Ci puliamo al meglio le mani. Strano come, con questo caldo, la gente acquisti arance e non impazzisca la notte. Io solitamente leggo o mi addormento davanti la tivù.
Escono tre ragazze eleganti, vestite di tutto punto con sandali aperti e piedi abbronzati. Si dirigono ridendo verso un’auto posteggiata. Sanno di essere belle e osservate. Nelle loro borsette si sentono squillare i telefonini. Loro stesse si muovono come telefonini squillanti. Parlano di correre al mare per l’ultimo sole, parlano di non volerselo perdere. Affondare i piedi nella sabbia fresca del tramonto. Fare l’aperitivo, questo è lo slogan che le muove. Inutile correre ragazze, penso guardandole, quel che dovevate acchiappare l’avete già perso da tempo. Sfuggito mentre eravate occupate là dentro, su quelle scrivanie, su quelle tastiere di Pc, ma illuse di avere ancora una possibilità. Già vinte nell’uscire ogni giorno da quella porta, ridendo e correndo, verso un nulla che ancora sperate d’acchiappare.
La gente sciama via in fretta. Ognuno sale sulla sua auto e per prima cosa accende l’aria condizionata. Nessuno si gode più il caldo. Nessuno vuole sentirsi il sudore addosso. Vendiamo un sacchetto di arance ad una signora piena di rughe con orecchini immensi, ed un altro sacchetto ad un tizio con la cravatta senza giacca. Poca cosa, poteva andare meglio. Potevamo avere qualche soldo in più in tasca ma non importa. Le birre stanno ancora dentro al frigo portatile. Salinger non si sposta dalla tasca posteriore dei pantaloni. Gli occhiali possono sempre aggiustarsi con altro scotch. Questa sera, riposte le cassette, fumate le ultime sigarette, butteremo le arance andate a male. Le ragazze squillanti con i piedi abbronzati faranno lo stesso, getteranno sicuramente qualcosa. Giorno dopo giorno.
domenica 3 maggio 2009
RocknRolla

Mr. Ritchie cambia vita (privata) e torna al suo vecchio amore cinematografico fatto di storie paradossali di malavita londinese e gangster dai modi grotteschi. Dopo le due pellicole flop girate nel periodo del matrimonio con Madonna, Guy Ritchie riscopre il genere che gli aveva portato fortuna (con Look and Stock del 1999 e The Snatch del 2000) catapultandolo a suo tempo nell’olimpo dei giovani registi inglesi. Questo nuovo lavoro, dal titolo Rocknrolla, sin dai titoli di testa non lascia spazio ai dubbi, la chiave di lettura è la medesima, dal montaggio compulsivo che alterna scene spietate a momenti comici, alla storia che nel suo complesso ruota intorno all’ambiente della criminalità londinese. Ritchie rispolvera così le tematiche e gli stili a lui cari conservando quell’immancabile occhio goliardico e cinico. Certo qualche atmosfera sa di già respirato tuttavia il film scorre piacevolmente proponendo un insieme di personaggi pericolosi quanto impacciati, che si affannano per portare a termine i loro progetti, sia si tratti di speculazione edilizia, sia di rapinare un trasferimenti di contante, sia di spacciare un quadro d’autore.
Johnny Quid, One Two, Mumbles, Johnny il bello, Archie e gli altri protagonisti non deludono l’aspettativa, forti nelle caratterizzazioni e nei dialoghi. Lasciandoci così compiaciuti nell’aspettare l’annunciato secondo capitolo, di quello che sarà una trilogia, incentrato sui fatti della banda.
venerdì 24 aprile 2009
Quando gli autolavaggi chiudono
Camminare con in tasca tre biglietti per il concerto dei Radiohead. Dirigersi verso la propria auto parcheggiata da troppo tempo al sole e incontrare un porticato, una piazza, un palco fatto di tubi d’acciaio, assi di legno e sopra esso un tale che suona qualcosa. Non è un pezzo dei Radiohead e questa non è piazza Castello. Rallentare i passi sino a fermarli, dimenticare l’auto e osservare quel tizio seduto dietro una tastiera fare la propria musica. Un semplice tecnico del suono che prova l’impianto, ottimizza il sonoro in uscita dalle casse spia. Regola il mixer.
Questa sera qui ci sarà un piccolo concerto, roba di poco conto, festa di paese con gente seduta ad ascoltare banale piano bar. Ma ora lassù accade qualcosa di diverso. Quell’uomo fa il suo lavoro e lo realizza in un modo tutto suo, eseguendo una canzone che non conosco, di certo scritta da lui. Non uno stralcio, il ritornello. Non poche note, ma tutto il pezzo. Accompagna alla musica la propria voce in quella melodia che forse non ha neppure un titolo. Intorno non si vede nessuno. Io e lui e un’intera piazza deserta a fargli da cassa acustica mentre gli autolavaggi in periferia, sotto una luce carica di arancio, insaponano le ultime auto prima di chiudere. Prima di far scendere la sera. Quando la pelle di daino sintetica asciuga le ultime gocce sulla carrozzeria.
L’orologio segna le otto e quaranta, troppo presto per questa musica, troppo tardi per la cena. Dovrei sbrigarmi ma invece rimango e quasi mi spiace di essere il solo a godermi questo pezzo. Forse nelle finestre delle case qui intorno alcune note riescono ad entrare, famiglie a tavola probabile che odano il tecnico del suono darci dentro, ma sono certo non si tratti della stessa cosa. Non come essere qui adesso. Camminare con in tasca tre biglietti per il concerto dei Radiohead e scoprirne uno improvvisato sul momento. Incontrare un porticato, una piazza, un palco, un uomo, una tastiera e quella melodia mai sentita prima. Pezzo mai inciso, mai trasmesso, mai eseguito in pubblico. Spettatore fortunato quanto occasionale dell’intimità di quel tizio che ora si gusta il momento tanto atteso di suonare la sua canzone all’aria aperta. Per tutti. Anche se tutti non lo stanno a sentire.
martedì 21 aprile 2009
Never Alone - Sacha Naspini
Tre settimane fa ho incontrato Sacha Naspini alla presentazione del suo ultimo romanzo “Never Alone”, edito per la Voras Edizioni. Giubbotto di pelle nera, tranquillità espressiva, parlata da toscanaccio. Ho ascoltato l’intervista, le sue risposte e gli elogi che gli altri scrittori presenti in sala hanno fatto su questo suo ultimo lavoro. La curiosità cresceva in me. Volevo leggerlo. Mi sono alzato e diretto al banco dove vendevano le copie del romanzo per comprarne una. Me la sono messa sottobraccio e sono andato al bar a bermi due americani.
Ieri sera ho terminato di leggere quel libro che se n’era stato buono sottobraccio mentre mi sbronzavo di bitter Campari, Vermouth rosso e selz, mescolati in parti uguali e ora non posso far altro che unirmi al coro unanime di commenti positivi che accompagnano quest’opera.
Never Alone lo si legge tutto d’un fiato, pagina dopo pagina lo si scopre in tutta la sua potenza narrativa e fragilità dei personaggi. Due ragazzi, Art e Ruben, che vivono in chiave differente l’amicizia, tuttavia avvertendola come una presenza viscerale della loro vita. L’uno e l’altro si completano. Un affetto combattuto cui non possono fare a meno. Come non possono più fare a meno della pistola che diventa loro compagna sin dall’inizio del libro. Presenza ingombrante che muta il loro interagire col mondo e di conseguenza anche il loro rapporto. Incalzante e veloce Never Alone ci porta dritto dentro l’anima dei suoi protagonisti, nel mondo duro degli adolescenti. Scritto sviluppando entrambi i punti di vista dei personaggi, il libro mostra i pensieri dell’uno e dell’altro ragazzo, presentando così un quadro completo dell’insieme. Rivelando come il mondo possa apparire differente sulla base di chi lo osserva, come a volte le nostre azioni siano interpretate diversamente da chi ci sta accanto. Sottolineando inoltre come ci si possa sentire protetti con un amico vicino su cui contare, oppure potenti con una pistola-compagna nascosta sotto la giacca, in ogni caso disorientati e impreparati per quel che potrebbe succedere all’improvviso, come perdere il controllo della situazione e ritrovarsi davanti ad eventi imprevisti, non calcolati e sorprendersi impauriti, incoscienti e coraggiosi al tempo stesso.
domenica 12 aprile 2009
Fiction
Me ne sto seduto appena fuori dal locale, davanti a me un tavolinetto rotondo talmente piccolo che potresti riempirlo posandoci sopra due sandwich. E’ una discreta giornata di sole, qualche nuvola, ma fondamentalmente sole. Paulie , anche lui sbracato accanto a me su di una sedia pieghevole, cerca di abbronzarsi un po’ posandosi sotto il mento quegli affari di carta luccicante che credevo avessero ritirato dal commercio. Tony poco più in là chiacchiera con l’agente Harris del campionato dei Mets, un certo Williams pare sia un vero fenomeno. Chris e Hesh se ne stanno ad un altro tavolinetto, prima giocavano a carte, ora hanno posato il mazzo. Chris cammina ancora con il busto tutto rigido, non riesce quasi a piegarlo. Gli fanno male le ferite dei proiettili che si è beccato nella sparatoria di due settimane fa. Ci vorrà un po’ per rivederlo in forma. Silvio e Furio sono andati giù all’incrocio dove, alcuni minuti fa, due auto si sono scontrate. Sono andati a controllare la situazione, supervisionare, e a dire al tipo che guidava l’auto sportiva che nella nostra zona non si corre, queste sono le regole. Non vogliamo casini di alcun tipo intorno al nostro locale, il Satriale’s. Quando Pussy abbandona la soglia della porta per tornare all’interno, è allora che sento quella canzone. Probabile che venga dallo stereo all’interno ma pare quasi una colonna sonora. Qualcosa che aleggia intorno e copre le nostre parole. Mi accorgo di conoscere quel pezzo e non capisco dove l’abbia sentito prima. Riconosco la voce di Johnny Thunders arrivare direttamente dal passato. “You can’t put your arms around a memory” mi giunge alle orecchie con un balzo dal 1984 ad oggi. Continuo a chiedermi come faccia a ricordarmi queste cose tuttavia non riuscire ad inquadrare appieno la canzone. Un particolare non mi torna e mi ci arrovello su. Silvio e Furio tornano dopo aver strigliato il tizio con l’auto sportiva e raccontano la dinamica dell’incidente a Chris e Hesh. Poi tutti e quattro rientrano nel locale lasciando me e Paulie seduti qui fuori. Tony e l’agente Harris parlano ancora dei Mets. E in quell’istante ricordo dove avevo già sentito la canzone. Tutto chiaro. Una sera guardavo la tivù e, sulle ultime battute di un telefilm, ricordo di aver visto un tizio che se ne stava seduto appena fuori da un locale, davanti a lui un tavolinetto rotondo talmente piccolo che potresti riempirlo posandoci sopra due sandwich. Accanto al tizio ce n’era un altro chiamato Paulie che cercava di abbronzarsi un po’ posandosi sotto il mento quegli affari di carta luccicante che si credeva avessero ritirato dal commercio. Tony poco più in là chiacchierava con l’agente Harris del campionato dei Mets. Chris e Hesh se ne stavano seduti ad un altro tavolinetto. Silvio e Furio erano scesi giù all’incrocio dove poco prima due auto si erano scontrate. Poi c’era Pussy, mole enorme, poggiato allo stipite della porta d’ingresso del locale e poco oltre, all’interno, si sentiva quella canzone. Probabile venisse dallo stereo ma pareva quasi una colonna sonora. Quel tizio seduto fuori accanto al tavolinetto nell’udire le prime note si girava di scatto, come colpito dalla musica che si propagava intorno. Faceva una faccia come a chiedersi il titolo di quel pezzo e chi lo cantasse. Non diceva nulla ma si vedeva che stava scavando nella memoria. Poi Silvio e Furio, di ritorno dall’incrocio, entravano nel locale insieme a Chris e Hesh. E solo allora al tizio seduto fuori scappava un sorriso. Come si fosse ricordato quando e dove aveva sentito quella canzone. Ora teneva un viso rilassato. Aveva capito. Ripensava a giorni indietro quando una sera a casa sua, mentre guardava la tivù, sulle ultime battute di un telefilm aveva visto questo tizio che …
lunedì 6 aprile 2009
Profondità di campo
La nebbia e il sole a volte coesistono. Nebbia e sole a volte coabitano a pochi metri di distanza ed il bello è proprio ritrovarcisi nel mezzo, senza niente da fare se non godersi la linea di demarcazione che separa il conosciuto dal celato. Una linea mai stabile, mai netta, ma scandita da un ritmo ondulatorio sul quale gli elementi giocano a rubarsi metri di terreno. Confine sottile dove persone, oggetti, cani e gabbiani passano al di qua e al di là del mondo visibile. Un mondo ora davanti ai tuoi occhi, ora velato dietro un muro vaporoso.
Seduto su di una sdraio di tela bianca, nel portico di un capanno con la rete da pesca calata in acqua mi diverto nel seguire coloro che oltrepassano quel confine. Persone a passeggio sulla spiaggia che spariscono, in pochi istanti, avvolti da una nebbia a stretto contatto con i raggi del sole. Bevo un sorso di bianco frizzante, prendo la macchina fotografica e cerco di cogliere quell’attimo. Cosciente che tale spettacolo non può essere reso al meglio in uno scatto. Tuttavia deciso nel far partire l’otturatore e sperare che il diaframma regali abbastanza senso di profondità all’immagine. Questo è risultato. Una ragazza raccoglie conchiglie. Una coppia, troppo ben vestita, indecisa se scendere dalla palizzata per proseguire a piedi tra la sabbia.
Pescatori al rientro dal largo. Il faro e la sua sirena da nebbia. Gli scogli. Cani lasciati liberi. Bambini nei passeggini. Particolari istanti di una domenica abbandonata su quella sdraio, col bianchetto frizzante che scorre in gola, a cavallo di un gioco tra nebbia e sole … metri conquistati … metri perduti, dipende per chi si tifa. Guardando sparire e ricomparire figure di persone lontane, contorni di oggetti, la scia della corrente. Sapendo che anch’io agli occhi del mondo me ne vado e ritorno sulla linea mutevole dell’orizzonte.
